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"Il mio Natale a Rebibbia dall'amico Alemanno: vive la cella con dignità"

Il ministro per lo Sport Abodi in visita all'ex sindaco. "Mi spiace non essere andato a trovarlo prima"

"Il mio Natale a Rebibbia dall'amico Alemanno: vive la cella con dignità"

"Mi è venuto incontro, camminava lungo uno dei grandi corridoi di Rebibbia. Mi ha sorriso. Ci siamo abbracciati. Un abbraccio che diceva tutto. Non ci vedevamo da qualche anno. È rimasto uguale. Gli occhi, il sorriso, lo sguardo, il passo, l'atteggiamento sicuro. È sempre lui, Gianni. Solo un po' invecchiato". Chi parla è Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i giovani, 65 anni. Il giorno di Natale, di prima mattina, è stato in carcere a visitare l'ex ministro, ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Che è in carcere giusto da un anno. Lo andarono a prendere a casa nella notte di Capodanno dell'anno scorso. Gli dissero che c'era un ordine di cattura. Lui non capiva. Perché? Perché non aveva rispettato le misure restrittive legate alla sua condizione di condannato a un anno e dieci mesi di prigione per traffico di influenze. Era stato condannato perché il tribunale aveva considerato reato il suo intervento, da sindaco, per sollecitare il pagamento, legalmente dovuto, ad una cooperativa. E aveva deciso che, a differenza di tutti gli altri condannati a pene inferiori ai due anni, Alemanno non avesse diritto alla condizionale. La sospensione condizionale della pena è in genere automatica, ma, a norma di legge, è a discrezione dei giudici. Comunque, gli fu concesso di essere ammesso ai servizi sociali. Quindi a un certo regime di vita fuori dal carcere. Lui una volta, per andare a fare un comizio fuori Roma, violò questo regime: dritto in carcere senza poter più usufruire dei benefici. Ma con l'obbligo di scontare tutta la pena, senza poter rivendicare i mesi già trascorsi ai servizi sociali. Il ministro Abodi ci racconta di questo incontro. Ci dice che Alemanno sta vivendo questa disgrazia con l'animo forte che ha sempre avuto. Parla poco di sé. Parla del carcere, delle cose che vede, delle condizioni, delle ingiustizie. "Quando sono uscito dai cancelli della prigione - dice - mi sentivo meglio. Sentivo di avere fatto la cosa giusta e mi sentivo anche un po' in colpa per non averlo fatto prima. La politica è così, ti travolge, ti mette davanti a tanti problemi, che alla fine alcune questioni sospese, anche importanti, te le perdi". Chiedo ad Abodi se conoscesse bene Alemanno. Sorride. "Si, bene, molto bene. Lo conosco e siamo amici da 50 anni. Io ero ragazzino, avevo 15 anni, mi ero iscritto al Liceo scientifico Righi, via Sicilia, due passi da via Veneto. Il primo anno lo avevo fatto in un altro liceo. Il Righi era vicino al Tasso. Il Tasso era il liceo classico, blasonato, ambìto dalla borghesia romana, dove sventolava la bandiera rossa a tutte le ore. E i ragazzini di destra se la passavano male. Erano molto pochi. Due soli si facevano notare: un certo Maurizio Gasparri e un certo Antonio Tajani. Gasparri era del Msi, Tajani monarchico. Il Righi era più tranquillo. C'erano molti comunisti anche lì, ma c'era più libertà di parola. Scontri, anche feroci, ma non fisici. Il capo dei ragazzi di destra, raccolti nel Fronte della Gioventù, che era la giovanile del Msi, era questo studente piccolo di statura e grande di testa e di cuore. Gianni Alemanno. Era avanti a me di una classe e di due anni. Io ero un anno avanti. Gianni studiava le materie scolastiche ma anche la politica. Era molto serio, rigoroso. Io ero poco più che adolescente, ma già di orientamento di destra. Senza che nessuno me lo inculcasse. Avevo molti ideali, spontanei, liberi. Forse ho subito un po' l'influenza di qualche ragazzo più grande con il quale andavo a nuoto. Iniziai a frequentare le riunioni a scuola e dopo un po' feci amicizia con Gianni, poi questa amicizia diventò molto forte, dopo diversi anni si allargò anche a sua sorella Gabriella. Abbiamo attraversato insieme quegli anni, la fine degli anni 70 e l'inizio degli 80, tutti piombo, lacrime e sangue. Nonostante quei tempi, anche dolorosi, posso dire con serenità di non aver fatto del male a nessuno e non aver subito male da nessuno".

Mi sono sempre chiesta quali fossero gli ideali dei ragazzi della destra, che li spingevano, in quel turbinio giovanile pazzesco, a tenersi fuori dalla massa, dal pensiero vincente e dominante. Lo chiedo al ministro. "Erano anni nei quali era complicato essere di destra. Non potevi dire Italia. Tantomeno potevi dire Nazione. Erano anni nei quali il tricolore si sventolava e il nostro inno si ascoltava soprattutto grazie allo sport. E nelle nostre manifestazioni. E a me, a noi, sembrava una follia. Una rinuncia inaccettabile. Noi credevamo nei nostri simboli e nell'identità che rappresentavano, credevamo nella socializzazione, nell'Europa, ma una Europa nazione dei popoli, non dei tecnocrati. Tutto questo per noi era riassunto nell'idea di Patria. Tutti principi, sentimenti e pensieri lontani mille miglia da quelli degli eredi del sessantotto".

Chiedo al ministro come ci si sentisse in quella condizione di assoluta minoranza. Mi risponde che al Righi non erano proprio in minoranza. "L'anno della mia maturità, Gianni era già andato all'università, la nostra lista di destra alle elezioni scolastiche risultò la lista più votata. La politica al Righi ci diede parecchie soddisfazioni e comunque non abbiamo mai sentito il peso di essere minoranza".

Il ministro mi dice che con Alemanno, la mattina di Natale, hanno chiacchierato per circa un'ora. "Ma lui non ha parlato di sé, mi ha parlato del carcere, della condizione carceraria, della necessità fisica e mentale di fare attività sportive e culturali, della vita dei detenuti, di chi lavora nell'istituto, degli agenti della polizia penitenziaria. Ho visto l'Alemanno di sempre. Mi sembra che abbia preso atto della sua condizione e la stia gestendo nella nuova situazione. Con la solita tenacia, con la sua dignità".

Chiedo ad Abodi come giudica il fatto che si mandi in carcere senza condizionale una persona che ha ricevuto una pena inferiore ai due anni, e per un reato, forse anche contestabile, e che comunque non ha danneggiato nessuno. Mi risponde che la considera "surreale". E osserva che quando il "surreale" diventa "reale", come in questo caso, vuol dire che qualcosa non va bene. Abodi è ministro. Rappresenta il governo. Questa responsabilità gli è sempre presente. Anche parlando con me soppesa le parole.

Abodi, è evidente, considera la carcerazione di Alemanno una grande ingiustizia, ma non vuole dichiararlo apertamente. Ha forte il senso del rispetto per le istituzioni. Però quando gli chiedo se Alemanno ha accettato la condanna alla prigione mi risponde con un ossimoro: "L'ha accettata senza accettarla". Già.

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