"Neanche in guerra soffrono così tanto"

La psicoterapeuta: "Avanti come martelli pneumatici. Il problema è il dopo"

Gli occhi sgranati e impauriti dei pazienti, le scelte drammatiche, la paura per sé e per i propri cari. Medici e infermieri vivono un carico di tensione mai visto prima. «Neanche nei teatri di guerra» dicono tanti. Come loro, chi porta avanti gli ospedali nei loro servizi più semplici, dall'accoglienza alla pulizia. «Piccoli eroi» li chiama Maura Levi, psicoterapeuta all'Irccs MultiMedica, gruppo che da dieci giorni all'ospedale di Sesto San Giovanni - e al San Giuseppe di Milano - ha attivato uno sportello di supporto.

Dottoressa Levi, qual è la situazione di medici impegnati nella cura dei pazienti Covid?

«Vanno avanti, senza pensare a nulla. Non chiedono niente per loro, finché non arriva qualcuno che si interessi, con un semplice come va?. Quando siamo partiti, io e al San Giuseppe la collega Paola Ripa parallelamente, abbiamo riscontrato una grande esigenza. Un giorno io ho impiegato 45 minuti per entrare in ospedale, proprio per questo motivo. Ma era il pre. Adesso no, sono martelli pneumatici. Il problema può essere la caduta, il dopo».

Cosa può succedere?

«Il disturbo post traumatico è tipico di persone che hanno vissuto un grave pericolo: terremoti, bombe, guerre. Dopo una fase di congelamento rivivi continuamente quei momenti, con forti stati d'ansia. Ma ora no, non hanno tempo neanche per pensare. Noi adesso vediamo molti altri. Amministrativi, hostess dell'accettazione, addette delle pulizie, componenti delle direzioni: le colonne negli ospedali».

E i medici? Adrenalina?

«Sì, ora c'è il fare. Medici e infermieri vanno avanti, pensano a fare il loro dovere. La tensione e la fatica sono elevatissimi, ci possono essere problemi di ansia e insonnia, pensieri ricorrenti che continuano. In casi simili si danno ansiolitici non per far dormire ma per fermare il pensiero, perché il sonno sia ristoratore. C'è poi un ulteriore carico di stress quando si arriva a casa alla fine del turno».

Sensi di colpa?

«No, più ansie legate alla paura di infettare, oltre che se stessi, anche i familiari. A volte dormono in stanze separate. Da questo punto di vista è peggio che nei Paesi in guerra. Qualcuno mi ha raccontato che lì si lavora duro e quando è possibile si riposa, intervenendo sui feriti quando esplode la bomba magari. Qui il flusso è continuo. In condizioni anche fisicamente durissime».

Cosa intende?

«Questi scafandri in cui sono costretti a operare rendono tutto durissimo. Angoscia lo sguardo dei pazienti consapevoli della gravità. I medici vorrebbero rassicurali, è il loro lavoro, ma la protezione lo impedisce, provoca un distacco anche emotivo, che rende tutto più difficile dal punto di vista psicologico. Dà un grande senso di impotenza. E la vestizione è un momento critico».

Cosa succede?

«Tutto viene regolato giustamente, il passaggio, il deposito degli strumenti, la vestizione e la svestizione, per evitare contagi ovviamente. E ogni singolo gesto deve essere fatto nel modo giusto, dopo un turno massacrante, può esserci la paura di sbagliare anche un movimento».

I riconoscimenti servono?

«Io non credo che vogliano essere considerati angeli, ma persone che fanno bene il loro dovere. Qualcuno ha detto: ho scelto questo mestiere per curare e salvare le persone, non per sostituirmi a Dio, capisce... Ora loro non pensano neanche agli assurdi pericoli legali, anche penali, che corre chi fa questo lavoro in Italia, oggi ma in realtà da sempre. Più che la retorica, credo che a loro serva un semplice grazie, o un come stai?».

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