Nel M5S volano gli stracci. E il Pd passa all'attacco

L'ombra di Casaleggio jr dietro la cacciata del sindaco di Parma: flirta coi dem Pizzarotti: li denuncio. I democratici accusano: non conoscete la democrazia

Nel M5S volano gli stracci. E il Pd passa all'attacco

Roma - Il giorno dopo, the day after, ci si aggira sempre tra le macerie. O si raccoglie il seminato, trasmutato in tempesta. Quel che accade dalle parti delle Cinquestelle è forse persino un po' peggio. Con un misto di entrambe le situazioni, impicciati nel doppiopesismo tra Livorno e Parma, cui da ieri s'è aggiunto Pomezia (altro sindaco grillino, altro avviso non denunciato ma niente espulsione, per ora). E posti in stato d'assedio dall'intero fronte renziano del Pd, quasi incredulo di tanta grazia a due settimane dalle Amministrative.

Grillini nel caos, dunque. Per colpa del loro stesso, inspiegabile cupio dissolvi, fatto di superficialità, durezza, fragilità psicologica e strutturale. Sono diventati un Nuovo Partito Stalinista, come accusano in tanti tra fuoriusciti ed epurati, a cominciare dal professor Becchi? O gli errori sono piuttosto ancora frutto di un'incapacità a leggere la politica come gli altri, e dunque ascrivibili a una sorta di assurda verginità, sbandierata com'è, nello slum malfamato che è la politica? Il riassunto della cronaca è impietoso. Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, ortodosso fino allo spasimo, pur raggiunto da avviso di garanzia viene salvato e protetto da Grillo & C.; quello di Parma, bandiera della prima ora, Federico Pizzarotti, già «separato in casa» per sua stessa ammissione, invece no. Anzi, addirittura espulso da M5S per un «avviso» di vicenda ancora più irrilevante dal punto di vista giudiziario (atto dovuto in seguito a una denuncia di un avversario del Pd). «Un boomerang pazzesco», dicono Pizzarotti e la maggioranza dei commentatori. «No, c'è stato un atteggiamento diverso da parte dei due: chiaro e trasparente Nogarin, Pizzarotti invece no, ha taciuto per tre mesi dell'avviso», la giustificazione che via via ripetono Fico, Di Battista, la Ruocco, la Raggi. Ma lo stesso capita ieri per il sindaco di Pomezia, e il Pd chiede conto della disparità di trattamento, mentre fioccano altri tweet incrociati tra accuse, difese, sarcasmi. Dice il (presunto) leader del Direttorio, Luigi Di Maio: «Abbiamo solo applicato una regola: noi siamo i Cinquestelle, non il Pd». Intanto, una nota a firma del «gruppo Camera M5S» (vizio ricorrente, questo delle firme per così dire anonime), smentisce come «inventate» e fantasiose le ricostruzioni di un Di Maio contrario all'espulsione e isolato. E qui traspare con evidenza come la mannaia sulla testa di Pizzarotti sia scattata per eccesso di difesa, anzi vera e propria paura, da parte del nuovo capo dei grillini, Davide Casaleggio. A caccia di legittimazione davanti a un movimento scosso per la morte del padre, ma con in più una seconda freccia al proprio arco, da considerare: cioè che, all'interno di M5S, da tempo Pizzarotti era isolato, segnato e segnalato in avvicinamento al Pd. Il ragionamento di Casaleggio e Grillo è stato questo: com'è che ci ha taciuto dell'avviso, e lo fa uscire proprio ora, a due settimane dal voto? «È una trappola per aiutare il Pd. Un atto ostile e decisivo», è stato l'inevitabile responso che ha imposto di tagliare ogni filo (anzi una metaforica testa).

Il resto della querelle è invece tutta giocata tra un Pizzarotti madonnina dolente, in giro tra tivù e interviste per esternazioni che paiono alimentare i sospetti, più che fugarli, come se fossero pronte nei cassetti, come la minaccia di rispondere per vie legali. «Sono irresponsabili. Di Maio venga qui, invece di stare in tour», «Noi a Parma andiamo avanti, maggioranza compatta». Fino al fatidico, televisivo: «Beppe Grillo chi?», dell'altra sera da Mentana. S'accendono le polveri anche contro Salvini, mentre il Pd è all'attacco a ranghi compatti. La Boschi replica a Di Maio rivendicando la democraticità del Pd, «che non ha mai fatto espulsioni né lettere anonime»; Orfini li accusa di «non avere alcuna idea di democrazia»; Rosato di «doppiopesismo»; il vicesegretario Guerini di ricordargli Orwell, «la fattoria dove qualcuno è più uguale degli altri». Ma che uno non vale uno, in fondo, lo si è sempre saputo.

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