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Il no del giudice al trasferimento del migrante condannato 23 volte. "Tutelare la sua vita familiare"

L'algerino che lo Stato dovrà risarcire è pluripregiudicato anche per violenze sulle donne. Niente cpr in Albania perché "ha diritto agli incontri con i suoi congiunti"

Il no del giudice al trasferimento del migrante condannato 23 volte. "Tutelare la sua vita familiare"
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Alias, condanne, un profilo criminale ricco e variegato quello del migrante algerino che dovrà essere risarcito dal Viminale dopo la sentenza della procura di Roma. Una sentenza accompagnata da motivazioni piuttosto sui generis e che poggia su tre pilastri principali. I torti del ministero dell'Interno, secondo il giudice riguardano il trasferimento avvenuto in mancanza di un provvedimento, non aver avvertito la persona che sarebbe stata trasferita e l'interferenza nella vita familiare trattandosi di una persona che avrebbe avuto diritto a degli incontri.

Ma, come lo stesso ministero spiega, una volta che sei all'interno del sistema detentivo, non deve essere ripetuta la procedura, perché il provvedimento di trasferimento è tutt'altra cosa rispetto al provvedimento di trattenimento che ovviamente deve essere comunicato.

In aggiunta, quanto alla presunta destabilizzazione della quiete familiare, questa risultava già piuttosto precaria. È padre di due figli avuti con una cittadina italiana, ma il 28 marzo del 2023 il tribunale per i minorenni del Piemonte ha dichiarato entrambi i genitori decaduti dalla responsabilità genitoriale, confermando l'affidamento dei minori ai nonni materni. Ma era stato comunque previsto un percorso di progressivo riavvicinamento ai figli tramite incontri cadenzati.

Un aspetto che non sarebbe assolutamente venuto a mancare in Albania, come lo stesso ministero sottolinea, trattandosi di una facoltà assicurata dal Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, facendo in modo che sia salvaguardata la stessa qualità dei contatti con l'esterno consentita nel Cpr di provenienza.

E, in ogni caso, siamo davanti a un soggetto che ha un curriculum delinquenziale degno di nota in cui spicca la violenza fisica.

Il 21 settembre del 2015 ha colpito con calci e pugni alla testa e alla parte superiore del corpo una donna italiana provocandole un trauma agli occhi e un trauma cranico comportando una malattia di oltre 20 giorni. Per questo reato, commesso in regime di recidiva infraquinquennale, è stato condannato dal Tribunale di Genova a 9 mesi di reclusione. Nel corso della sua lunga permanenza in Italia, ha collezionato ben 13 diverse identità, ma con nessuna di queste è mai risultato regolare sul suolo italiano, così come non è mai stato titolare di un regolare permesso di soggiorno, né iscritto alle liste di collocamento o alle anagrafi.

Una sorta di mix tra fantasma e criminale che collezionava sia illeciti che alias.

A suo carico figurano addirittura 23 sentenze di condanna, emesse nell'arco di circa 24 anni (tra il 1999 e il 2023), oltre a numerosi precedenti per reati contro la persona, il patrimonio e la pubblica amministrazione, commessi prevalentemente in Liguria.

Per questo, quindi, l'algerino è stato detenuto in almeno 11 occasioni in penitenziari situati in varie regioni italiane, prevalentemente Liguria e Piemonte).

Un precedente molto pericoloso quello del risarcimento, che manda un messaggio a chi delinque nel nostro paese senza nemmeno avere i requisiti legali per restare qui.

Ha picchiato una donna, un fatto che già di per sé dovrebbe indignare, ma soprattutto ha assunto una condotta chiaramente improntata sulla reiterazione del reato, in cui la funzione rieducativa del carcere sembra non aver fatto minimamente presa.

Che immagine viene data del Paese se c'è chi prova ad arginare la delinquenza, l'immigrazione clandestina, e c'è chi, invece, trova presunti cavilli tecnici per far ricevere ai delinquenti un simbolico assegno da 700 euro?

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