"Non demonizziamo la montagna. Investiamo sulla gestione del rischio"

La guida alpina: "Se ci fossero stati segnali di pericolo i miei colleghi non ci sarebbero mai andati. Lì sotto potevo esserci io"

"Non demonizziamo la montagna. Investiamo sulla gestione del rischio"
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Sul Bernina, l'unico 4mila tutto italiano, è di casa. Valmalenco e Valtellina sono il suo regno. Sempre meno bianco, forse, ma non per questo meno bello. Giacomo Casiraghi, 38 anni, è guida alpina, tecnico del soccorso ed esperto di elisoccorso. In questi giorni ha provato ad immaginare come si sarebbe comportato sulla Marmolada.

Che idea si è fatto di quanto accaduto?

«Che potevo essere anche io la sotto».

Ci aiuta a capire?

«Non sono della zona e sulla Marmolada non sono stato di recente, ma per quello che ho capito non c'erano segnali che quella parete di ghiaccio potesse abbattersi sulla via. Altrimenti...»

Altrimenti cosa?

«I miei colleghi non ci sarebbero andati, né soli né con clienti».

Dobbiamo cedere al fatalismo dell'imprevedibile?

«No, ma non dobbiamo demonizzare la montagna. Questo tipo di crolli negli ultimi decenni è cosa frequente. Accade su ghiacciai che nessuno percorre perché non sono appetibili dal punto di vista alpinistico, senza che se ne abbia notizia, se non quando si fanno rilevazioni scientifiche e accade in quelli, invece, frequentati dall'uomo. Poi accadono tragedie come queste, dovute soprattutto ad una serie di concause che si sono accumulate».

Sotto accusa resta il gran caldo: globale, momentaneo e poi le 14, l'ora più calda per essere ancora impegnati su un ghiacciaio o sotto un seracco

«Tutto in teoria vero, ma in montagna non serve generalizzare. Ogni luogo ha la sua storia. Quella escursione, per il suo sviluppo e il suo dislivello non eccessivo era considerata fattibile anche in pieno giorno. Il ghiacciaio della Marmolada è ridotto: non è ceduto ciò che gli escursionisti avevano sotto i piedi, ma ciò che avevano sopra la testa».

Chiudere e proibire è la strada giusta per ripartire in montagna?

«No. È impossibile oltre che inutile. A chi spetterebbe il controllo? Di chi sarebbe la responsabilità? Dobbiamo investire su buon senso e consapevolezza, sulla conoscenza e la gestione del rischio».

Nessuna bandiera rossa né bollettini?

«Il bollettino invernale, che in molti invocano, fornisce una indicazione di pericolo su base regionale. Sui ghiacciai non servirebbe a nulla».

Ci spiega perché se i ghiacci si sciolgono e c'è meno neve la montagna diventa più difficile? Può sembrare un paradosso

«Guai a generalizzare. Di base se neve e ghiaccio si ritirano lasciano rocce scoperte molto più instabili: è come se al terreno mancasse il collante creato nei secoli da neve e ghiaccio. Ecco perché, in via molto generale, si può dire che con il ritiro di nevai e ghiacci, alcuni itinerari anche base oggi sono più difficili che in passato. Per contro, con meno neve, i pericoli oggettivi di un ghiacciaio, come i famigerati crepacci, sono più evidenti perché sono aperti e visibili. Vede: non si può generalizzare».

Che cosa può fare ognuno di noi?

«Guide

comprese, è fondamentale parlare con gente competente e del luogo dove si vuole andare. Io ho un quadro della Valmalenco perché ci vivo e lavoro: se devo portare clienti altrove mi consulto con colleghi del posto. Poi decido».

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