Forse non erano proprio così fascisti come venivano presentati: meglio allora variare narrazione. Con il cambio di registro nella comunicazione anti governativa, la maggioranza da giorni è bersagliata da accuse di ogni tipo riguardanti collusioni con la mafia. Tutto fa brodo, vecchi selfie con sostenitori sconosciuti presentati come suggello di legami di sangue; lo stesso losco personaggio sbucato dal nulla in un evento di Fdi nel 2019 descritto come l'ambasciatore dei clan presso il centrodestra. Tirano in ballo Giorgia Meloni, infangano il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, provano ad azzoppare il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni. Costretti a giustificarsi, ad esternare la loro sorpresa, a dichiararsi estranei a Cosa Nostra. In Italia funziona così: quando una certa compagnia di giro mediatica si mette d'accordo, sono dolori per i malcapitati bersagli. È la stessa "redazione unica" - copyright della presidente del Consiglio - che dal 2022 ha rappresentato in caricatura un governo nazionalsocialista cementato da militanza nell'estrema destra, saluti romani e simpatie verso qualche SS di casa nostra. Hanno dato la caccia ai fascistoni tra reporter d'assalto e video con la telecamera nascosta, ma non hanno trovato un bel nulla. E, alla fine, gli stessi italiani hanno dovuto convenire che nessun turbinio di manganello o scappellare di fez ha compresso le sacrosante libertà personale di ogni cittadino.
L'incauta vicenda della bisteccheria dell'ex sottosegretario Delmastro ha fornito l'idea di una nuova campagna d'opinione per scuotere coscienze, suonare l'allarme (inevitabilmente democratico) e presentare il nostro Paese
all'estero come bisognoso dell'intervento dei caschi blu della legalità.Dall'"all'armi son fascisti" all'"allarme son mafiosi". Forse un'autoipnosi per non pensare alle guerre. Quelle che l'Italia ha sempre combattuto. Contro.