"Oltre al Covid è boom di bronchioliti. Rianimazioni neonatali in emergenza"

Il direttore di pediatria del Buzzi: i nostri reparti non avevano ancora sofferto, ora facciamo fatica a soddisfare il bisogno di cure

"Oltre al Covid è boom di bronchioliti. Rianimazioni neonatali in emergenza"

Milano - Professor Gian Vincenzo Zuccotti, preside di Medicina alla Statale e direttore della clinica pediatrica dell'ospedale dei bambini «Buzzi», c'è un'emergenza bronchioliti?

«Sì, in ambito adulti la pandemia Covid l'abbiamo chiamata così, e qui in ambito pediatrico succede la stessa cosa: reparti pieni, anche le terapie intensive neonatali. Si fatica a soddisfare il bisogno di cure, quindi è emergenza».

Non riuscite a far fronte?

«Alcuni pazienti sono stati trasferiti fuori regione, anche perché la Lombardia, se confrontata con altre realtà, dovrebbe avere il doppio dei posti letto di terapia intensiva pediatrica. Fortunatamente il Covid non ha inciso molto in pediatria ma ora che ci confrontiamo con altri virus che creano problemi respiratori viene fuori».

Ma altrove colpisce meno?

«Questione di tempo. Ci sono aree in cui arriva prima Se fosse esplosa con pari intensità in tutto il Paese sarebbe stato grave. Qui inquinamento, affollamento e freddi fanno la differenza ora».

Clinicamente di che si tratta? È difficile da gestire?

«No, è gestibile in gran parte a domicilio, un po' come il Covid, come in tutte le infezioni c'è una quota importante, in questo caso non asintomatica ma paucisintomatica, una quota che richiede ospedalizzazione e una quota che deve essere aiutata con rianimazione. Colpisce bambini molto piccoli, spesso nelle prime settimane di vita. Non deve passare un messaggio allarmistico ma bisogna avere tutte le strutture che permettano di trattarli in modo adeguato».

Perché tutti questi casi ora?

«Abbiamo affrontato un inverno, lo scorso, in cui non è circolato niente per via delle chiusure, del distanziamento molto duro, della chiusura di scuole e asili. E adesso ci si trova con una popolazione molto più suscettibile».

A proposito, ha proposto di limitare le quarantene a scuola. Le nuove regole la soddisfano?

«Si poteva fare di più, ma per carità, non sono cose semplici. Si poteva, come per le chiusure, attribuire dei colori in base alle vaccinazioni: Al 90, o al 92%, termina il discorso quarantene nelle scuole. Poteva essere un modo per stimolare famiglie dubbiose. Comunque, meglio di niente. Però stiamo vedendo scuole in difficoltà, quarantene a macchia d'olio e temo che avremo inesorabilmente a quote sempre maggiori di dad. Il problema è che dovremmo avere adulti vaccinati e lasciare i bambini tranquilli nella loro vita».

Ma va meglio dello scorso anno, no? Lei è ottimista?

«Oggi i vaccini rispondono e coprono. Se arriveranno varianti diverse non possiamo avere certezza che possa avvenire in futuro. Le cose che stiamo registrando sono positive, anche rispetto a Paesi con coperture vaccinali inferiori. In questo momento c'è una ripresa di casi ma non un aumento esponenziale di ricoveri e terapie intensive occupate. Detto questo, dobbiamo vaccinare. D'altra parte, finché non ci sarà il mondo vaccinato è difficile illudersi. Ma dobbiamo insistere per provare a vaccinare tutti quelli che si possono vaccinare».

Anche i bambini di 5-12 anni?

«Mi concentrerei sui bimbi da 12 anni in su. Avere una vaccinazione disponibile è importante, per bimbi con patologie croniche o in situazioni particolari. Ma è difficile accettare che debbano vaccinarsi i bambini perché ci sono 40enni che non vogliono farlo. Bisogna parlare con loro, aiutarli a superare diffidenze e paure. Cominciamo da qui, poi vediamo se c'è bisogno di altro».

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