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Industria manifatturiera, Italia in testa nell'Unione

L'indice Pmi segna il sorpasso su Germania e Francia. Ma la Commissione critica la dimensione delle aziende

Industria manifatturiera, Italia in testa nell'Unione
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Mentre la Germania rallenta, la Francia torna sotto la soglia della crescita e l'intera eurozona perde slancio, l'Italia si prende la testa del manifatturiero europeo. L'indice Pmi elaborato da S&P Global è salito a maggio a 52,9 punti dai 52,1 di aprile, raggiungendo il livello più alto dal 2022 e superando non solo la Germania, ferma a 50,1, ma anche la Spagna, a 51,2, e la Francia, scesa a 49 punti.

Il dato va interpretato con cautela. Gli stessi economisti di S&P Global sottolineano che una parte della crescita è alimentata dalla corsa alle scorte innescata dalle tensioni geopolitiche e dai timori di nuove difficoltà nelle catene di approvvigionamento. Come spiega Eleanor Dennison, economista di S&P Global Market Intelligence, "di fronte a ulteriori interruzioni nelle catene di approvvigionamento e a maggiori pressioni sui costi causate dalla guerra in Medio Oriente, le aziende manifatturiere in Italia stanno agendo per mitigare qualsiasi rischio di arresti produttivi". Un fenomeno che ha sostenuto gli ordini e la produzione ma che potrebbe attenuarsi una volta completato il riempimento dei magazzini. Ridurre tutto a questo, però, sarebbe un errore. Il Pmi fotografa infatti un sistema produttivo che, dopo una lunga fase di difficoltà, sta mostrando una capacità di reazione superiore a quella dei principali partner europei. Non è un caso che il miglioramento coincida con i primi segnali di ripresa della produzione industriale, che nei primi mesi del 2026 ha finalmente interrotto la contrazione.

A fare la differenza potrebbe essere proprio una caratteristica che per molto tempo è stata considerata un limite strutturale del Paese. Oltre il 90% delle imprese italiane appartiene infatti al mondo delle piccole e medie aziende. Una frammentazione che spesso penalizza la crescita dimensionale, ma che nelle fasi di forte instabilità può trasformarsi in un vantaggio competitivo. Le grandi filiere industriali europee, a partire da quelle tedesche, sono fortemente dipendenti da catene globali complesse e da processi produttivi rigidi. Le Pmi italiane, invece, dispongono generalmente di una maggiore flessibilità, possono modificare più rapidamente fornitori e mercati di riferimento e adattarsi con maggiore velocità ai cambiamenti dello scenario internazionale.

Anche la specializzazione produttiva contribuisce a spiegare il risultato. Una parte significativa della manifattura italiana opera infatti in segmenti ad alto valore aggiunto, nella meccanica specializzata, nei macchinari e nelle produzioni personalizzate, settori nei quali la rapidità di risposta conta spesso più della dimensione aziendale. Naturalmente le criticità non mancano. L'indagine Pmi segnala un aumento dei costi di acquisto ai ritmi più elevati degli ultimi quattro anni e un nuovo allungamento dei tempi di consegna dei fornitori. Una parte della domanda potrebbe infatti essere stata anticipata dalle imprese proprio per timore di rincari e difficoltà di approvvigionamento.

Il paradosso è che la stessa caratteristica che oggi sembra premiare l'Italia continua a essere considerata da Bruxelles uno dei principali problemi strutturali del Paese.

Nella sua In-Depth Review 2026 la Commissione Ue sostiene che ulteriori interventi di politica economica dovrebbero "dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra Pmi, riducendo gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole".

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