Parte il pressing su Sala "Alt alla fiera dell'embrione"

Il sindaco di Milano sotto accusa per l'evento sull'utero in affitto. Insorge il centrodestra: scempio da fermare

Parte il pressing su Sala "Alt alla fiera dell'embrione"

Il supermarket dell'embrione ora turba i sonni del sindaco di Milano. E le domande si fanno sempre più trasversali, e insistite: «Come è possibile che si ospiti una manifestazione simile, contraria all'ordinamento?». «Con quali autorità hanno parlato gli organizzatori?», «il Comune sapeva qualcosa?» e soprattutto «intende fare qualcosa?».

Sembrava che tutto procedesse liscio e senza intoppi, fra Beppe Sala e i suoi calzini arcobaleno. Sembrava che l'inquilino di Pazzo Marino senza brillare, fosse comunque riuscito a tenere insieme il «Pride» e il cattolicesimo ambrosiano, le tirate «per i diritti» e certi ambienti curiali. E invece, di fronte al sindaco si è improvvisamente parato l'evento del 14 e 15 maggio, Un sogno chiamato bebè, versione italiana del salone Désir d'enfant che è appena stato allestito a Parigi e nei prossimi mesi toccherà alcune delle più importanti città europee, fra cui - appunto - Milano.

Della fiera parigina ha dato conto Avvenire, con un reportage frutto di una collaborazione tra il quotidiano della Cei e una rete che raggruppa una quarantina di associazioni femministe e per i diritti umani. Sì, perché la maternità surrogata, detta anche «utero in affitto», come il ddl Zan ha la curiosa prerogativa di mettere d'accordo i politici cristiani e le femministe. E cercando in rete traccia di centri che sono attivi nel settore, si comprende chiaramente il perché. Chi cerca informazioni su queste pratiche di fecondazione assistita, si trova di fronte «pacchetti», «chiavi in mano», tariffe, offerte speciali, proposte di «maternità vip». Una spudorata commercializzazione della gestazione e del suo frutto, quel bambino che viene garantito come un prodotto di qualità: soddisfatti o rimborsati.

Il centrodestra è indignato, ma lo stupore va molto oltre i confini di un'area «pro life» o conservatrice. La ministra per il Sud e la Coesione sociale Mara Carfagna, che ha una linea notoriamente liberale sui temi sociali, chiama in causa il sindaco: «Ho chiesto al sindaco di intervenire per evitare che a Milano venga autorizzata la fiera Un sogno chiamato bebè - annuncia - La propaganda alla maternità surrogata in Italia è un reato ed eventi simili non possono essere in alcun modo tollerati».

La leader di Fdi Giorgia Meloni parla di «un vero e proprio supermarket dei bambini», chiede a Sala di dichiarare l'indisponibilità di Milano ad accogliere l'evento e avverte: «La maternità surrogata è un abominio e l'utero in affitto deve diventare reato universale». Anche la presidente della commissione parlamentare per l'Infanzia e l'Adolescenza, Licia Ronzulli ricorda che «la maternità surrogata in Italia è vietata» e auspica che «nessun hotel o altra struttura possa accettare di ospitare un obbrobrio simile il cui claim principale è: «Riporta il tuo bambino a casa o avrai i tuoi soldi indietro».

Nel Pd prevale l'imbarazzo ma qualcuno decide di rompere il silenzio. Il senatore Eugenio Comincini annuncia un'interrogazione per sapere «come sia possibile che l'Italia ospiti una manifestazione palesemente contraria ai principi del nostro ordinamento». E l'ex presidente delle Acli Milano, Paolo Petracca, in lista con Sala, rompe gli indugi. Parla di «un evento che mortifica la donna» e ancora di più «si pone contro l'ordinamento italiano». «Vedere come le madri possano avere un prezzo è semplicemente avvilente» dice, auspicando che Milano non lo ospiti.

Ala fine la giunta è costretta a intervenire, con l'assessore all'Educazione Laura Galimberti, che in serata garantisce: «L'amministrazione non ha concesso alcuna autorizzazione o patrocinio o altre forme di sostegno all'iniziativa né, al momento, è nelle condizioni per vietarlo».

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