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Il Partito dei musulmani avanza: "Dobbiamo incidere nelle urne"

La nascita di un "soggetto" elettorale sancita in una diretta social dal predicatore Baya e dall'attivista Piccardo. Shahin resta libero

Il Partito dei musulmani avanza: "Dobbiamo incidere nelle urne"
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L'Islam sta penetrando le nostre istituzioni. Lo sta facendo tramite l'elezione di consiglieri comunali, con esponenti che prendono posizione sempre più nette su temi di attualità, e con il solido legame instauratosi tra le comunità musulmane, i centri sociali e le sigle extraparlamentari, rafforzatosi in piazza con la causa ProPal. Però il concetto di Islam politico è molto lontano da quello puramente religioso: implica un'idea precisa secondo cui non esiste separazione tra religione e Stato.

Il Corano, la Sunna e la Sharia sono fonti di diritto. Pensatori come Hassan al-Banna (fondatore dei Fratelli Musulmani), Sayyid Qutb, Maududi hanno teorizzato che "l'Islam non è solo una religione, ma un sistema completo di governo, legge, società, economia, cultura". Ecco allora che arriviamo a quello che hanno espresso Brahim Baya, predicatore islamico di Torino e Davide Piccardo, fondatore del sito islamista La Luce che ha spesso attaccato Il Giornale. Durante l'ultima diretta social, parlando proprio della partecipazione alla politica della comunità islamica hanno detto quello che da mesi teorizziamo: "La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci". Una chiamata alle armi, o meglio alle urne. Ma Baya non è certo nuovo a discorsi simili. È lui che ha espresso la sua contrarietà al referendum sulla giustizia, così come ha difeso in modo fervente l'imam di via Saluzzo, nel capoluogo piemontese, Mohamed Shahin, che il Tribunale di Torino ha deciso di lasciare in libertà nonostante il decreto di espulsione da parte del Viminale e nonostante fosse ritenuto un pericolo per la sicurezza nazionale. Ma non era forse Baya che elogiava la vita di Yaya Sinwar, considerandolo un martire, quando in realtà parliamo della mente dell'attentato terroristico del 7 ottobre? E non è forse Piccardo colui che postava sui propri social frasi del fondatore dei Fratelli musulmani o che ha augurato "buon 7 ottobre a tutti"? O che scende in piazza per Mohammad Hannoun, accusato di essere l'uomo di Hamas in Italia? In che modo, quindi, queste persone pensano di introdursi nella politica? Con i principi democratici o con le sacre leggi islamiche? E nascondersi dietro la scusa di una dilagante islamofobia è l'unico modo che alcuni esponenti della comunità islamica hanno per non entrare nel merito dei concetti.

Perché non c'è nulla di islamofobo nel condannare chi inneggia al terrorismo palestinese, così come non c'è nulla di islamofobo nel tentare di spiegare quali sono i principi che l'islam radicale porta avanti in modo incompatibile con la nostra Costituzione. Ma i primi a saperlo sono proprio loro, che infatti non hanno firmato l'intesa con lo Stato italiano previsto dall'articolo 8 della nostra Carta.

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