Il Pd tra due fuochi. Ascoltare l'Europa sui processi senza scontentare gli alleati grillini

Salvare la capra (grillina) e i cavoli (di Bruxelles). È la difficile tenaglia in cui si è infilato il Pd, cercando di intestarsi una mediazione per difendere l'onore dei Cinque Stelle, difendendo al contempo anche la riforma della giustizia

Il Pd tra due fuochi. Ascoltare l'Europa sui processi senza scontentare gli alleati grillini

Salvare la capra (grillina) e i cavoli (di Bruxelles). È la difficile tenaglia in cui si è infilato il Pd, cercando di intestarsi una mediazione per difendere l'onore dei Cinque Stelle, difendendo al contempo anche la riforma della giustizia (e i miliardi di fondi del Pnrr che da quella dipendono, come tutti hanno capito salvo M5s).

«Sono ottimista, l'incontro tra Draghi e Conte è stato raccontato in maniera positiva», dice il segretario Enrico Letta. «Il Pd vuole che la riforma si faccia e si faccia rapidamente. Crediamo che con pochissimi ritocchi possa essere approvata prima della pausa estiva».

Ma l'ottimismo, ieri sera, era in deciso calo: la commissione giustizia ha stabilito che, vista l'enorme mole di emendamenti (per lo più grillini) non sarà possibile arrivare in aula il 23 luglio, come era previsto. Ora la Camera dovrà stabilire una nuova data, con il governo che vuole un voto prima di agosto e i rischio di un Vietnam ostruzionista in commissione. E gli occhi sono puntati sul presidente della Camera Fico: «È lui che può far saltare tutto allungando i tempi, e sta giocando contro il governo», dice chi segue da vicino la trattativa. «Se provassero a rinviare la riforma in pieno semestre bianco si scontreranno con noi», avvertono dal Pd. I dem si sono attivati negli ultimi giorni per individuare un punto di caduta sufficientemente minimo per risultare digeribile al governo, e sufficientemente simbolico per poter dare all'ala governista dei Cinque Stelle, guidata da Luigi Di Maio e (con più ambiguità) da Conte, il pretesto per rivendicare un successo. Il tutto però deve essere coronato dal voto di fiducia, che gli stessi esponenti del Pd hanno caldeggiato con Palazzo Chigi. Perché nessuno, a cominciare da Conte, è in grado di evitare che dal corpaccione parlamentare dei Cinque Stelle parta un frenetico boicottaggio parlamentare della riforma, con tanto di piazze convocate al grido di «viva Gratteri e Bonafede, abbasso Cartabia». Un primo assaggio si è avuto già ieri, con un sit-in «di protesta» organizzato dall'ala estremista grillina davanti a Montecitorio.

«Sulla fiducia la scelta la farà il governo», dice Letta. Ma per il Pd è fondamentale che ci sia, per non sancire una spaccatura politica inevitabile tra i dem e i Cinque Stelle, oltre ad una dilatazione incontrollata dei tempi. Mentre la riforma, ha avvertito Draghi, va assolutamente portata a casa ora in almeno un ramo del Parlamento. Il grimaldello individuato dal Pd per salvare capra e cavoli e chiudere la partita con la fiducia, è una norma transitoria per lasciare intatti tutti i termini di improcedibilità della Riforma Cartabia ma farli entrare in vigore un po' più in là, nel 2024. Una ipotesi su cui sta lavorando anche la ministra Cartabia. Ma il pallino della trattativa ieri è uscito dalle mani dei partiti, Pd incluso, ed è stato avocato a Palazzo Chigi. Anche perché gli stessi dem che ci lavoravano ammettono che discuterne con gli alleati grillini è quasi impossibile: «È una mediazione che va benissimo all'ala trattativista di M5s, ma viene rifiutata da tutti gli altri. L'intesa al momento è in alto mare. Certo noi oltre quel punto non siamo disposti a spostarci», dice il capogruppo dem in commissione Alfredo Bazoli.

Gli ambasciatori dem che hanno cercato di avere un sì o un no da Conte non sono riusciti a cavare un ragno dal buco. «Non ha alcun controllo sui gruppi, e prima di prendere una posizione cerca di capire da che parte pendono, col terrore di ritrovarsi smentito dalla maggioranza dei suoi», confidano. L'allarme in casa dem è alto, tanto che ieri sera persino l'ipotesi di fiducia veniva vista con timore: se sancisse la spaccatura dei 5Stelle, il governo potrebbe ugualmente salvarsi ma l'alleanza con Conte no. E il Pd rischierebbe di ritrovarsi dentro una maggioranza spostata a destra: «A quel punto - dice Bazoli - rischieremmo di avere un governo in cui la golden share non la ha più il centrosinistra con i grillini, ma Salvini».