E perché i magistrati no? Tutti i dipendenti pubblici, quando la legge Zangrillo verrà approvata anche al Senato, saranno sottoposti a controlli per accertare come e quanto lavorano. Perché l'unica categoria esonerata dalle verifiche sono i giudici e i pubblici ministeri? Questa è la domanda che si è fatta Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, autore del disegno di legge su "valutazione della performance e sviluppo di carriera" già approvato a Montecitorio.
E che risposta si è dato?
"Il problema è che la valutazione della loro performance i magistrati se la fanno da soli, attraverso il Csm. Questo meccanismo di valutazione, se guardiamo alla realtà dei fatti, non funziona. Se abbiamo il 99,6 per cento di magistrati che vengono valutati in modo positivo ma intanto negli ultimi trent'anni ci sono ottanta o novantamila persone che sono finite in galera ingiustamente, allora qualche domanda ce la dobbiamo porre. Anche per ciò la riforma della giustizia è indispensabile".
Ma la riforma lascia al Csm, anzi a due Csm, la decisione sugli avanzamenti di carriera.
"Sì, però cambia il sistema di nomina del Csm. Oggi i componenti togati vengono designati dalla correnti, quindici su sedici sono lì perché li ha scelti la corrente. La conseguenza è che quando devono fare le valutazioni quadriennali se la cantano e se la suonano, e alla fine risultano tutti eccellenti. Cambiare il Csm, sdoppiandolo e definendone la composizione per sorteggio vuol dire aprire la porta a una valutazione in scienza e coscienza delle qualità della performance, sulla base dei risultati. Guardi, è la stessa situazione che ho trovato nel resto della pubblica amministrazione, un meccanismo di autoprotezione dove anziché avere il coraggio di distinguere chi fa bene il suo mestiere da chi non lo fa si è scelta per anni la via più facile, cioè dire che tutti sono bravi".
L'Anm sostiene si apra la strada alla punizione dei magistrati scomodi.
"A venire puniti oggi sono i magistrati che lavorano bene, e che sono la stragrande maggioranza, che si vedono trattati esattamente come i loro colleghi che bravi non sono. In qualunque organismo, se fai così non è che migliora il cattivo: è il bravo che si rompe le scatole perché vede che lo scansafatiche ottiene gli stessi riconoscimenti. Io credo che nella magistratura come nel resto del pubblico impiego ci siano persone di grande valore che ne hanno le palle piene di essere assoggettate a un meccanismo che non distingue chi si fa il mazzo e performa da chi sbaglia".
E come si valuta il lavoro di una toga senza interferire nella sua autonomia?
"Domanda sorprendente. È molto semplice: se ci troviamo davanti a un magistrato che ha mandato avanti richieste di carcerazione che poi si sono rivelate sbagliate, e se questa è una cosa che si reitera nel tempo, vuol dire che quel magistrato non sta facendo bene il suo mestiere. La riforma serve proprio a questo.
Perché tutti hanno il diritto di provare a fare carriera, dimostrando di esserne all'altezza con i fatti e non per appartenenza o amichettismo. Vale per il medico, il meccanico, l'insegnante. E deve valere anche per i magistrati".