Il premier accerchiato: persino i fedelissimi cominciano a sfilarsi

L'ansia per la vittoria del No ora agita i dem Da Franceschini a Sala, ecco chi si smarca

«I nizia la settimana che può cambiare il Paese», avverte Matteo Renzi. Meno sette giorni: domenica prossima la lunghissima campagna referendaria finirà, e si tireranno le somme.

E se con la vittoria del Sì le conseguenze sono chiare (il governo resta in sella, più saldo, e il sistema istituzionale viene riformato), su cosa accadrebbe in caso di vittoria del No l'incertezza è elevatissima, tanto da far già traballare i mercati e impennare lo spread. Nonché l'ansia di chi, su un fronte come sull'altro, segue da vicino la partita. Anche nel Pd e nello stesso governo, dove in molti si interrogano sul proprio futuro. E così si assiste a piccoli movimenti di riposizionamento, a segnali di fumo a futura memoria. Raccontano i retroscena di un Dario Franceschini, che in privati conversari definisce «irresponsabile» il premier per aver sempre ripetuto che, in caso di sconfitta, si dimetterà: «Io resto se posso continuare a cambiare l'Italia, ma se è per vivacchiare e galleggiare cambiando al massimo qualche sottosegretario, grazie: non fa per me», ha ribadito Renzi anche ieri, nell'affollatissima manifestazione alla Nuvola di Roma. Franceschini mette agli atti la sua contrarietà: «È da irresponsabili chiamarsi fuori se vince il No», spiega ai suoi, raccontando le preoccupazioni di Mattarella. Certo, se Renzi restasse a Palazzo Chigi anche il ministro della Cultura resterebbe al suo posto, e questo ha indubbiamente il suo peso nel giudizio. Ma forse è anche un segnale inviato al Colle, dove si spera in una continuità di governo comunque. «Io premier di un governo politico? Sono temi che dovrà considerare il Presidente della Repubblica. Comunque vincerà il Sì», glissa intervistato dal Tg2 il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, indicato tra i papabili premier in caso di vittoria del No.

La minoranza Pd, intanto, si agita per tentare di convincere un altro ministro, il Guardasigilli Andrea Orlando, a smarcarsi da Renzi per poi candidarsi con l'appoggio di Bersani e compagni, che non hanno uomini spendibili per la bisogna, alla segreteria del Pd contro il premier. Per ora senza successo, perché, come spiega un «franceschiniano» di rango, «finché qualcuno non dimostra di saper portare al Pd tanti voti quanti ne porta Renzi, preferiamo tutti tenerci Renzi». E quel qualcuno al momento non è alle viste.

I più maliziosi, nell'opposizione, intravedono uno smarcamento anche nelle parole del primo cittadino di Milano Beppe Sala, secondo il quale un sindaco non potrebbe dedicare al nuovo Senato «più di un giorno a settimana». Ma la lettura viene seccamente smentita dalle parti di Palazzo Marino: Sala è un convinto sostenitore del Sì alla riforma, e - a differenza di Virginia Raggi, che non vuole fare la senatrice - spiega: «Certo che parteciperei al nuovo Senato, sarebbe un modo importante per portare il contributo di Milano nella Camera delle autonomie, anche se ovviamente la mia priorità resta la città che governo». Quanto alla Raggi, Renzi ironizza: «Non vuol fare la senatrice? L'importante è che inizi prima o poi a fare il sindaco».

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