Dal nostro inviato a Crans-Montana
Le rughe sul volto cominciano a vedersi e lui non le ha mai nascoste. Adesso ce n'è una in più. Cosa può fare un ministro, un qualsiasi politico, davanti a chi ha perso un figlio, in una notte così, senza via di scampo. Nulla. Nulla che cambi le cose, ma può esserci, perché la cura non è solo salvare le vite.
È stare lì anche quando tutto sembra inutile, non solo per dovere, ma per sentimento, per responsabilità, per dare tutto l'appoggio che serve, fatto di burocrazia, di informazioni, di servizio, di quelle piccole cose pratiche che non hanno nulla di metafisico, ma sarebbe peggio se nessuno se ne preoccupasse. Certo, non cambia nulla. Solo che mai come adesso ti sembra di vedere questo bestemmiato Stato italiano più forte, meno improvvisato, di un minuzioso cantone. L'assistenza viene da giù, perché qui il Nord del Nord si è smarrito.
Antonio Tajani ripete, giura, più volte che questa storia gli ha strappato il sonno, per sensibilità di padre, perché queste cose sai che possono accadere a tutti e ogni volta che un figlio viaggia lontano senti un malessere difficile da decifrare o forse perché quest'anno il freddo, senza motivo, ti capita di sentirlo più dentro le ossa. È per questo che ha deciso di venire qui, appena dopo Capodanno, per fare i conti con un turbamento.
C'è voglia di riacciuffare la speranza, nonostante tutto. È la stessa che ogni anno, da trent'anni, cerca a Trivigliano, vicino casa, nella comunità di Don Matteo, accanto a chi combatte contro le promesse della droga. È li che il ministro degli Esteri ha passato il Natale. Non si aspettava di ritrovarsi a gennaio sotto il gelo di Crans-Montana, qui dove nulla sembra essere a buon mercato ma questa volta si è pagato davvero troppo.
Tajani i muri di ciò che resta della Constellation come tutti ormai li può vedere solo da fuori. L'angolo di strada lì davanti è coperto di fiori. Ci appoggia i suoi. Al suo fianco c'è l'ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado. È il riferimento per gli italiani che restano qui, in attesa, di un miracolo o di una croce.
Mathias Reynard, presidente del Consiglio di Stato vallesano, promette una collaborazione sempre più stretta. Ci si sposta verso il centro congressi. È proprio lì che le famiglie aspettano.
Tajani non sta cercando le parole. Non ha voglia di grandi discorsi. Abbraccia, conforta, fa sì con la testa, comprende, ascolta. Ci sono ancora sei feriti da identificare, il numero dei dispersi comincia ad avere il senso della cabala. Il lavoro fatto con il Niguarda di Milano si sta dimostrando importante. Accanto alle famiglie ci sono gli psicologi.
Si fa tutto il possibile per esserci, senza raccontare più di quello che si può, senza far finta che ci sia davvero un senso in questa storia.
"L'unica
cosa che non possiamo fare dice è alleviare il dolore di chi aspetta una risposta, ma possiamo garantire una presenza costante, trasparenza e il massimo impegno".È quello che rimane quando tutto il resto è imponderabile.