Politica estera

Pugno duro degli ayatollah. Impiccato il primo ribelle

Eseguita la condanna per un 23enne: aveva ferito un paramilitare. Le ong: altri 30 a rischio

Pugno duro degli ayatollah. Impiccato il primo ribelle

Colpevole di «moharebeh», «inimicizia contro Dio». Mohsen Shekari, 23 anni, è stato impiccato ieri mattina dal regime degli Ayatollah. Era accusato di essere un «rivoltoso», perché il 25 settembre ha bloccato una strada principale a Teheran e ferito con un coltello un membro delle forze paramilitari Basij. È la prima esecuzione che colpisce la rivoluzione iraniana, con la magistratura che ha annunciato che 11 persone sono state condannate a morte per le proteste ma almeno una trentina rischiano l'esecuzione. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights con sede in Norvegia, ha twittato che le esecuzioni dei manifestanti diventeranno quotidiane a meno di fronte a «rapide conseguenze pratiche a livello internazionale».

Mohsen, era un giovane come tanti, lavorava in un caffè ed era un amante dei videogiochi. A raccontarlo su Instagram è un utente che dichiara di essere stato il suo compagno di cella. «Lavorava in un caffè, avrebbe potuto parlare per ore della sua passione per i videogiochi e mi ha raccontato della sua solitudine», ha scritto Bob Aghebati, che si presenta sui social media come «digital creator». Alcuni canali televisivi legati ai Pasdaran hanno pubblicato pure un video di una «confessione», ritenuta forzata, di Mohsen, e in un altro si vede pure il volto del ragazzo con alcune ferite inflitte. Durissimo il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury: «Avevamo messo in guardia che in Iran, insieme ai morti nelle strade, ci sarebbero stati morti sul patibolo. Un'altra trentina rischiano l'impiccagione. Cosa attende la comunità internazionale, compreso il governo italiano, a esprimere il massimo della protesta?». Anche la premier Giorgia Meloni ha attaccato duramente la repressione: «Il governo italiano è indignato. Questa inaccettabile repressione da parte delle autorità iraniane non può lasciare indifferente la comunità internazionale», ha detto. Mentre l'Ong Iran Human Right ha fatto sapere che «altri due giovani manifestanti sono stati portati in isolamento, dove i prigionieri vengono tenuti prima dell'esecuzione della pena di morte». Si tratta di Saman Seydi e Mohammad Boroghani.

La condanna internazionale è stata molto dura. «Questa esecuzione si aggiunge ad altre gravi e inaccettabili violazioni», ha sottolineato la portavoce del ministero degli Esteri francese, Anne-Claire Legendre. «Il disprezzo del regime iraniano per la vita umana è sconfinato», ha invece twittato la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, parlando di «perfido processo sommario. Ma la minaccia di esecuzioni non soffocherà il desiderio di libertà». Il ministro degli Esteri inglese James Cleverly ha spiegato che «il mondo non può chiudere un occhio di fronte all'aberrante violenza commessa dal regime. Il Regno Unito è contrario alla pena di morte in ogni circostanza».

Non si è fatta attendere la reazione del regime. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha precisato che «coloro che tentano di seminare discordia tra le persone con belle parole devono essere identificati». Assurdo il tweet del ministero degli Esteri: «l'Iran ha impiegato metodi antisommossa proporzionati. Lo stesso vale per il processo giudiziario: moderazione e proporzionalità». E la violenza non si placa. Secondo testimonianze di medici e sanitari le forze di sicurezza iraniane sparano da distanza ravvicinata alle donne durante le manifestazioni colpendole al volto, agli occhi, al petto e ai genitali. Un medico della provincia centrale di Isfahan ha affermato di ritenere che le autorità stessero prendendo di mira uomini e donne in modi diversi «perché volevano distruggere la bellezza di queste donne». E ha concluso: «Una di loro avrebbe potuto essere mia figlia».

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