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Il pugno di ferro del Nobel Abiy Ahmed. Via all'assalto finale ai ribelli del Tigray

I carri armati dell'esercito etiope vicini a Macallè. Si profila la "catastrofe umanitaria". E un aumento dei profughi in Italia

Il pugno di ferro del Nobel Abiy Ahmed. Via all'assalto finale ai ribelli del Tigray

Il primo ministro dell'Etiopia, Abiy Ahmed, ha annunciato «l'offensiva finale» contro i ribelli della regione settentrionale del Tigray, che a lungo hanno gestito il potere centrale. L'ex tenente colonnello al potere, che l'anno scorso ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il disgelo con la rivale Eritrea, è deciso a usare il pugno di ferro. I carri armati dell'esercito federale sono già a venti chilometri dal capoluogo regionale, Macallè, roccaforte del Fronte di liberazione popalare del Tigray (Tplf). Le colonne militari sono appoggiate da droni di fabbricazione cinese, ma di basso costo. Si profila una lotta all'ultimo sangue, che rischia di provocare «un'imminente catastrofe umanitaria», come denunciano l'Onu e l'Ue. Macallè è una città di mezzo milione di abitanti, i profughi fuggiti nel vicino Sudan sono già 40mila, ma si teme l'esodo di 1 milione di persone. Gli abitanti del Tigray sono 6 milioni e ci sono 100mila rifugiati dall'Eritrea abbandonati al loro destino. Le agenzie umanitarie intenzionali non riescono a consegnare le razioni di cibo nella regione. Non solo: la spedizione punitiva del governo centrale guidato da un oromo, contro i tigrini, può espandersi con il rischio di diventare un terribile scontro etnico simile al disfacimento dell'ex Jugoslavia. I combattimenti continueranno a fare aumentare i profughi, che dal Sudan andranno a ingrassare i trafficanti di uomini lungo la rotta nel deserto fino alla Libia, dove li attendono i gommoni per dirigersi verso l'Italia.

I tigrini in armi sono guidati da Debretsion Gebremichael, orfano del potere nazionale, che può contare sul discusso capo dell'Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, membro di vecchia data del direttivo del Tplf. Il direttore dell'Oms ha bollato come spazzatura le accuse di Addis Abeba di avere esercitato pressioni internazionali e addirittura sollecitato l'arrivo di armi ai suoi compagni in difficoltà.

Tutto ha avuto inizio con la decisione del premier Abiy di rimandare le elezioni a causa del coronavirus. A Macallè il Tplf ha sfidato il governo aprendo comunque le urne. La tensione è aumentata e un attacco al quartier generale dell'esercito federale nel Nord ha scatenato la guerra il 4 novembre.

L'ironia della sorte è che il premier, neo Nobel per la pace, dopo giorni di combattimenti con il Tigray isolato dal mondo e voci di massacri da ambo le aperti, ha bollato come «interferenze» i tentativi dell'Onu e di vari paesi per ottenere una tregua. E ha lanciato un ultimatum per la resa, di 72 ore, scaduto ieri. I militari avevano annunciato di essere pronti a radere al suolo Macallè con l'artiglieria e l'aviazione. I tigrini, che potrebbero contare su una milizia popolare di 250mila uomini, hanno fatto saltare i ponti d'ingresso alla città e cominciato a scavare trincee e sbarramenti. Abiy ha promesso che l'esercito avrà cura «di proteggere i civili», ma nello stesso tempo non ci sarà «alcuna pietà» per chi solidarizza con il Tplf. Il leader ribelle, Debretsion, ha annunciato di «essere pronto a morire per difendere il diritto di amministrare il Tigray» che si considera il «ventre» dell'Etiopia.

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