"Quei rapporti troppo stretti tra le Procure e i giornali"

Il giurista e le piaghe del sistema: molti contatti con la politica, magistratura non in grado di autoriformarsi

"Quei rapporti troppo stretti tra le Procure e i giornali"

Una crisi senza fine. Una crisi che è la somma di molti problemi. La giustizia italiana naviga in acque tempestose, ma la soluzione non è dietro l'angolo. Il professor Sabino Cassese, uno de più noti giuristi italiani, compone un cahier de doléances in sette capitoli.

Professore, da dove cominciamo?

«Anzitutto, dai tempi dei processi. Negli Stati Uniti, la regola è che si percorrano i diversi gradi di giurisdizione nel giro di un anno. In Italia questa durata va moltiplicata per tre o per sette, a seconda dei tipi di giurisdizione. Questo fattore di crisi è prodotto dal ridotto numero di magistrati. Il Consiglio superiore della magistratura ha fatto una politica malthusiana. Nonostante che la magistratura sia l'unico settore dello Stato nel quale sia stato reclutato in modo ordinato, regolare e continuo personale, le dimensioni del reclutamento sono state sempre limitate. La seconda causa è il rendimento dei magistrati, perché il corpo della magistratura ha rifiutato valutazioni e misure dei rendimenti. E ciò nonostante che vi siano state, in Italia, best practices, come quella del tribunale di Roma, per qualche tempo, o come quella del tribunale di Torino».

Lei ha spesso sottolineato la dispersione dei magistrati, un tema generalmente sottovalutato.

«Sì, molti magistrati sono applicati in altri compiti. Il numero di quelli che non svolgono funzioni di accusa o di giudizio è alto. In particolare, il numero di magistrati che svolgono funzioni amministrative nel ministero della Giustizia, che appartiene a un altro potere, quello esecutivo, con la conseguenza di dispersione di preziose energie, da un lato, e anche dell'utilizzo di personale che non è stato scelto e selezionato per svolgere compiti amministrativi, ma per svolgere funzioni giudiziarie».

Veniamo al potere delle procure.

«Il terzo fattore di crisi è costituito dalle procure e dal modo in cui alcune di queste hanno stabilito rapporti con i mezzi di formazione dell'opinione pubblica, svolgendo quella funzione che viene chiamata «naming and shaming»: vengono iniziate indagini, se ne dà notizia agli organi di informazione dell'opinione pubblica, la durata di queste indagini oscilla in archi di tempo pluriennali, la procedura si conclude con un nulla di fatto o viene ridimensionata, ma intanto l'indagato è stato condannato».

Ma la politicizzazione di alcuni pm è leggenda o realtà?

«È una malattia endogena, che viene dall'interno e che colpisce in particolare alcuni procuratori. Per spiegarla, bisogna chiarire che i costituenti temevano l'influenza della politica sulla magistratura e hanno quindi organizzato un sistema di garanzie, che culmina nel Consiglio superiore della magistratura, che opera come uno scudo rispetto ad interferenze esterne. Se, tuttavia, i magistrati siedono in uffici amministrativi, e quindi operano all'esterno di questo scudo, oppure maturano aspirazioni a svolgere funzioni politiche, lo scudo non funziona».

Come arginare le manovre delle correnti al Csm?

«Il Consiglio superiore della magistratura è un organo para-parlamentare nel quale, paradossalmente, è proprio la componente magistratuale che si divide lungo linee partigiane. L'organo, che doveva soltanto essere uno schermo per evitare l'invadenza della politica, è diventato di autogoverno. Ora, assistiamo alla sua incapacità di porre rimedio ai propri errori funzionali».

Ma la magistratura è in grado di correggere queste distorsioni?

«No, nonostante sia composta da persone di prim'ordine, non è in grado di autoriformarsi. So che ci sono iniziative di gruppi di magistrati preoccupati dello stato attuale, che si incontrano per avanzare proposte di razionalizzazione. Sarebbe bene che proposte venissero rapidamente redatte, valutate, discusse, perché i rimedi debbono venire prevalentemente dall'interno. Ho grandissima fiducia sul nuovo titolare del ministero della Giustizia, che fin dai primi passi ha indicato i rimedi per risolvere il problema dei tempi della giustizia».

L'opinione pubblica è sempre più disorientata.

«È il settimo fattore. La percezione diffusa circa lo stato dell'ordine giudiziario è molto preoccupante. E i rimedi sono attesi con urgenza».

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