Non sono più colleghi che sbagliano, siamo al depistaggio professionale di servizio pubblico (la Rai) praticato con metodo e perseverante indifferenza per gli esiti storici e giudiziari, e non perché Report sbagli pista, ma perché, da anni, costruisce dolosamente dei racconti paralleli che se ne fottono di sentenze e archiviazioni e servono una sola funzione: spostare l'attenzione, allontanarla dalla verità accertata, portarla in un altrove nebuloso che è abitato da ombre e mandanti esterni e piste nere eternamente riaperte. Non sono errori, è premeditazione. È un mestiere che col giornalismo non c'entra nulla.
Questo scandalo del dossieraggio illumina una gran parte del meccanismo: non è un mucchietto di carte pubbliche, basta con le idiozie, stiamo parlando di milioni di file raccolti in 15-20 anni (e all'occorrenza "rubati", certo: ma fateci il piacere) dentro un archivio che include materiale riservato e persino intercettazioni, altro che "visure camerali" e scemenze varie. Non ce ne importa se il nodo sia penale o no, non siamo secondini come loro: ci interessa che una trasmissione che è costruita sull'accesso a informazioni sensibili (non verificabili dal pubblico) esercita un potere sporco, ripetiamo, sporco, soprattutto se viene usato per rilanciare piste giudiziarie screditate. Prima di altro, oltretutto, il piano è istituzionale; non c'entrano le opinioni o le polemiche, non è ciarpame tra giornalisti, o faziosità o soliti attentati inventati (come sanno tutti) perché in discussione sono gli strumenti con cui Report spaccia la sua merce, con quali regole, quali rapporti, quale metodo.
Domande: perché Sigfrido Ranucci si avvale della consulenza di un Gian Gaetano Bellavia? Come può conoscere l'archivio di Bellavia e però escludere la presenza di materiale sensibile quando invece lo è? Risposte possibili: o l'archivio era noto, e si sapeva che cosa conteneva, oppure non lo era, e allora la fonte è stata usata senza controllo; in entrambi i casi la stupida falsità delle "visure pubbliche" cade miseramente. Non stiamo parlando di errori o di forzature, ma di prassi, di un circuito stabile che ha prodotto narrazioni asimmetriche (a esser gentili) e informative opache (a essere molto gentili).
Nell'insieme: un patto tra procure, un consulente e una trasmissione pubblica per generare suggestioni e depistaggi. Potete scordarvi di chiamarla libera informazione: abbiamo una trasmissione della Rai che vive di archivi accumulati negli anni e che ora li minimizza, rifiuta controlli, e, ora che li abbiamo scoperti, reagiscono con vittimismo e con le solite cazzate sulla censura oltre all'involontario fuoco amico di quei poveretti dei Cinque Stelle. Ma questa non è una disputa politica, è la fotografia di una devianza professionale.
L'archivio attraversa decenni, e tocca nomi pesanti della nostra storia: ma è solo un accumulo seriale, fuori da qualsiasi consulenza e fedeltà al giudicato giudiziario, fuori da ogni accertamento. Esempi? Se serve li faremo. Per ora basti citare l'ossessione di Report per quell'eroe nazionale che è il generale Mario Mori (oggetto di accanimento anche nella scorsa puntata) che ha solo il torto di aver cristallizzato, nel dossier Mafia e Appalti, la verità definitiva sulla morte di Falcone e Borsellino, verità giudiziaria e storica ma disdegnata da certa antimafia perché ha polverizzato le allucinazioni sui soliti Gelli, Craxi, Andreotti, Berlusconi, Andreotti e satanasso nonché (ora) sulle piste nere, perché si sa, le piste dipendono dai governi in carica.
Il campione del vaniloquio resta Roberto Scarpinato, un tribuno politico-mediatico che paventa stragisti e burattinai ancor oggi al potere (dovrebbero avere 120 anni) ma che nella sua lunghissima e discutibile carriera non è mai riuscito a portare alla sbarra un solo fantasma tra quelli che inseguiva, neanche uno, mai.
Ma Scarpinato è solo il pupo più pittoresco di un teatrino in cui, da una vita, si muove il carrozzone antimafia (senza più la mafia) oltreché faccendieri e scarabei stercorari che fanno circolare in eterno una sostanza organica fatta di suggestioni, evocazioni, spettri, "non ci hanno fatto indagare abbastanza" (33 anni che lo fanno) e altra dietrologia consunta che li ha spinti nell'angolo, assediati dal loro ridicolo. Dicono sempre che "fanno solo il loro lavoro". È vero. Il punto è che lavoro sia.