La "rappresaglia" del grano fa schizzare i prezzi

Bloccate nei silos ucraini 25 milioni di tonnellate. Pane, farina e cereali: aumenti del 5% a settimana

La "rappresaglia" del grano fa schizzare i prezzi

Dall'infelice opzione made in Draghi («Volete la pace o i condizionatori accesi?») al drammatico allarme Onu sull'«emergenza alimentare come arma di guerra». Al netto delle semplificazioni, i due «slogan» certificano il combinato disposto dei più rilevanti «effetti collaterali» scatenati dal conflitto ucraino. E cioè: la possibile (ma più che concreta) crisi energetica in Europa, causa rubinetti del gas chiusi dalla Russia; l'escalation dei prezzi (ogni settimana aumenti medi di circa il 5%) di pane, farina, prodotti, cerealicoli, sementi e mangimi.

La strategia di Putin è chiara: lasciare al gelo e affamare le nazioni che hanno sottoscritto il «Patto delle sanzioni». Sul fronte gas i contraccolpi vanno ben oltre i «condizionatori» ma investono le più complesse economie industriali che, prive di «carburante», sono costrette a ridurre o addirittura sospendere ogni attività. Parimenti il capitolo cibo colpisce la grande produzione innescando un effetto domino che arriva fin sulle nostre tavole con pesanti ricadute finanziarie sul nostro portafoglio. Come ben sa chi ogni giorno vede «lievitare» sempre di più il costo della, sempre più modica, quantità di panini acquistata per il fabbisogno familiare. Una situazione che ieri la ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha descritto efficacemente nel corso della conferenza stampa di chiusura del G7: «La Russia ha scatenato una guerra globale del grano dalle consegne devastanti. Per i paesi più poveri la carestia è già una realtà». Ci sono 25 milioni di tonnellate di grano bloccate nei silos dell'Ucraina e il mondo ne ha urgente bisogno. Altrimenti sarà la fame». Ma Putin non ha nessuna voglia di recedere, anzi negli ultimi giorni ha intensificato la strategia dell'«embargo» chiamando a raccolta anche una potenza alternativa all'ucraino «granaio d'Europa»: l'India. Con la conseguenza che ora Nuova Delhi, per non deludere lo Zar «amico», ha bloccare l'export dei preziosi. E la sensazione diffusa è che non ci sarà un vera soluzione finché le bombe continueranno a dettare le regole del gioco.

Inevitabile che a volare sia pure il prezzo del riso, con un balzo del 10% dall'inizio della guerra salito ormai al 21% «grazie» allo stop delle spedizioni di grano dall'Ucraina e dall'India.

La Coldiretti identifica proprio nell'Italia uno dei Paesi europei più penalizzati dal taglio della filiera internazionale: «Il caro materie prime, dai carburanti ai fertilizzanti sta innescando un cortocircuito anche sul fronte agricolo nazionale in un Paese come il nostro dove si raccolgono 1,5 milioni di tonnellate di risone all'anno, oltre il 50% dell'intera produzione europea ma che ha bisogno di un piano di potenziamento produttivo e di stoccaggio per le principali commodities».

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