Da Renzi dieci mesi di slogan. Il fallimento ora è certificato

Rating a livello spazzatura: BBB-. Ma il premier continua nella politica degli annunci. E la presidenza Ue ha prodotto soltanto una commissione a trazione ancor più tedesca

Da Renzi dieci mesi di slogan. Il fallimento ora è certificato

Bbb-, ovvero il nostro debito sovrano considerato quasi spazzatura. E adesso, presidente Renzi, come la mettiamo? Non avrà ancora la spudoratezza di dire che è tutta colpa di Berlusconi? Sarebbe facile per noi cavarcela dicendo che la bocciatura dell'agenzia di rating non è per l'Italia ma per questo governo. Ma noi non ci comporteremo come la sinistra al tempo dell'attacco speculativo. Allora i fondamentali dell'Italia erano buoni e i conti in ordine. Noi ci teniamo all'Italia.

Facciamo quattro passi indietro. Partiamo da un ricordo: le «cabine di regia» a palazzo Chigi quando il Pdl faceva parte della maggioranza che appoggiava il governo di Enrico Letta. L'allora presidente del Consiglio finalizzava tutte le decisioni prese nelle sue riunioni al semestre di presidenza dell'Unione europea, dal 1° luglio al 31 dicembre 2014. L'attività di governo ruotava, quindi, intorno a quei 6 mesi, da sfruttare al meglio e da preparare, quindi, con largo anticipo. Lavoro sprecato. Da un giorno all'altro Letta è stato spazzato via da Matteo Renzi, e nessuno si è più occupato del semestre italiano.

Un semestre di presidenza Renzi dell'Ue impotente Facendo un bilancio di quello che il semestre lascerà all'Italia viene in mente solo la nomina di Federica Mogherini e le acrobazie di Matteo Renzi nei confronti della Commissione europea, tutte volte a farsi perdonare la politica economica fallimentare del suo governo. Nient'altro.

Così come nessun risultato di rilievo viene in mente pensando a quello che il semestre di presidenza italiano lascerà all'Europa, se non una nuova Commissione germano-centrica e il piano, cosiddetto Juncker, degli investimenti: un vero e proprio imbroglio, finalizzato a coprire l'egoismo egemonico tedesco. Tutto questo in un momento in cui l'economia dell'Eurozona continua a peggiorare, e anche la spinta propulsiva della Banca centrale europea comincia a esaurirsi.

Serve un New deal europeo Per uscire dalla crisi serve una rivoluzione rooseveltiana europea, un New deal, vale a dire mettere in piedi un «tridente», per cui in sincronia: 1) la Bce avvia il suo programma, fino ad ora solo annunciato, di acquisto di titoli di Stato; 2) l'Ue vara un vero piano di investimenti, di almeno mille miliardi, con il coinvolgimento della Bei, in infrastrutture; ricerca e sviluppo; capitale umano; innovazione; approvvigionamento energetico; 3) i singoli Stati adottano simultaneamente un pacchetto di riforme strutturali per 1-2 punti di Pil.

Il tutto dovrebbe portare più crescita nei paesi dell'euro e un impulso complessivo alla ripresa. Al contrario, singole iniziative non sincronizzate e di entità limitata non produrranno alcun effetto. Capito, Renzi? Altro che Telemaco.

Perché il piano Juncker degli investimenti è un imbroglio Quanto al piano Juncker, per com'è oggi Renzi e Padoan non hanno proprio nulla di cui essere soddisfatti: oltre ad essere ancora tutto sulla carta, lungi dall'essere realizzato, se verrà realizzato, è solo una scatola vuota. Un imbroglio, se consideriamo che dei fantomatici 315 miliardi solo 21 sono «veri», mentre il resto è tutta leva finanziaria, di 1 a 15, assolutamente poco credibile. Di quei 21 miliardi, poi, solo 5 vengono dalla Bei, mentre i restanti 16 altro non sono che una riallocazione di risorse già presenti nelle casse di Bruxelles, quindi non nuove, per esempio tolte al programma della ricerca.

Perché la reflazione in Germania è risolutiva Quanto alle riforme strutturali simultanee in tutti i paesi dell'area euro, bisogna partire dalla reflazione in Germania. Vale a dire rilancio della domanda interna; stimolo a consumi e investimenti; aumento dei salari; aumento dell'inflazione fino al suo livello fisiologico (2%), con conseguente aumento dei rendimenti dei titoli del debito pubblico tedesco.

L'euro, che oggi è sopravvalutato rispetto al dollaro e allo yen proprio a causa del forte attivo della bilancia commerciale dell'eurozona, a cui la Germania contribuisce per circa l'80%, si svaluterebbe e tornerebbe a essere un fattore di crescita, favorendo le esportazioni di tutta l'area. E l'intero ciclo dello sviluppo si rimetterebbe in moto.

Lo strumento da cui cominciare è quello di una modifica consapevole e immediata dei Trattati, soprattutto nelle clausole che consentono ai singoli Stati di avere una prevalenza delle esportazioni sulle importazioni fino a 7 punti di Pil, come appunto la Germania. Un valore talmente alto da determinare politiche deflazionistiche, destinate a gelare ogni prospettiva di crescita.

Oggi un minimo sforamento del rapporto deficit/Pil oltre il 3% espone gli Stati alla pubblica deplorazione, senza possibilità di appello, mentre il surplus della bilancia commerciale viene considerato elemento di virtuosità. Al contrario, mentre un rapporto deficit/Pil eccessivo produce conseguenze tendenzialmente solo per il paese che lo genera, i surplus commerciali hanno effetti negativi devastanti sulle economie di tutti gli Stati dell'area monetaria unica.

In un'ottica di Europa solidale, pertanto, diventa prioritario sanzionare quest'ultimo comportamento, piuttosto che concentrarsi solo sul rapporto deficit/Pil. Ne deriva un cambio di prospettiva nelle regole europee: l'eccesso di virtù (surplus) produce più danni dell'eccesso di deficit. La modifica dei Trattati dovrà partire da questa consapevolezza. Questo dovrebbe fare il governo italiano, se davvero avesse un ruolo decisivo in Europa. Cosa di cui finora non si è occupato.

Un premier «chiacchiere e distintivo» Al contrario, Matteo Renzi continua imperterrito con la retorica degli annunci. Prendendo a prestito il lessico di Mario Draghi, in Parlamento si è spinto ad affermare: «Per un rilancio del nostro Paese, siamo nelle condizioni di utilizzare strumenti che potremo definire non convenzionali».

Ma quali sono, davvero, le armi di cui dispone Matteo Renzi? Nell'estendere il bonus di 80 euro ad altre categorie di dipendenti, magari i pubblici? Vi fossero i soldi, potremmo anche convenire, seppure con modalità erogative diverse. Ad esempio con un aggancio diretto per il rilancio della produttività. Ma il rapporto deficit/Pil italiano per il 2014 balla pericolosamente sul crinale del 3 per cento. E gli auspici non sono dei migliori, visto il pericolo di una possibile procedura d'infrazione da parte della Commissione europea.

A differenza del comportamento tenuto nel 2011 dal Pd nei confronti di Silvio Berlusconi, non consideriamo Matteo Renzi un nemico da abbattere. Lo riteniamo un avversario politico con cui è necessario confrontarci. Anche condividendo, come nel caso del Nazareno, eventuali percorsi comuni. Ma ad una condizione. Che si tratti di un confronto serio sulle cose da fare.

Accanto all'emergenza economica, ce n'è una altrettanto grave che è quella democratica. Tra loro sono intrecciate. Oggi il Parlamento ha una composizione artefatta. Non solo la vittoria della coalizione di sinistra nel febbraio del 2013 è stata frutto dei soliti brogli diffusi, ma la striminzita vittoria dello 0,37 per cento si è tramutata in un premio incostituzionale di 148 deputati. Un fatto che la Corte Costituzionale ha ripudiato come fuori dalle grandi regole della Carta su cui si regge la convivenza civile.

Renzi fa coincidere il suo essere presidente del Consiglio con l'essere segretario del Pd perché per lui Italia e Pd sono la stessa cosa. Sempre più si comporta come se il Pd coincidesse con l'unico spazio della democrazia. Ora lo sta dimostrando anche nella gestione del caso Roma. Non dice nulla come premier. Ma che fa? Fa coincidere la capitale d'Italia con il Pd.

Nomina il presidente del Pd, il povero Orfini, come angelo risanatore, che senza toccare l'assetto istituzionale, espellendo un paio di tizi del partito dovrà provocare l'apocatastasi, la redenzione universale, la palingenesi renziana e salvifica. Ci sarebbe da ridere se non fosse la nostra tragedia democratica.

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