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Reset Medioriente: ora un nuovo asse per liberare il mondo dal terrore jihadista

L'alleanza tra "Paesi volenterosi" può aprire un nuovo periodo di pace nell'area

Reset Medioriente: ora un nuovo asse per liberare il mondo dal terrore jihadista
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La sirena ieri ha mandato la gente di Israele nei rifugi molte volte: ma il sentimento è rimasto preparato, positivo. Il mondo sta per cambiare, e chi ancora non lo sa, presto dovrà capirlo. Netanyahu ha detto che il suo Paese è pronto a affrontare questa guerra difficile pur di battere un regime che per 37 anni "ha versato il nostro sangue" e che ora "minaccia tutta l'umanità" col potere atomico. Il suo fine è dunque escatologico, non immediato. E proprio questo alcuni non capiscono: quegli F22 americani e i loro compagni israeliani nei cieli di Teheran disegnano un futuro nuovo, oltre la retorica comune, libero davvero per la prima volta in Medioriente dalla minaccia continua delle ambizioni imperialiste iraniane. La pace allora sarà possibile, si potrà parlare sulla base di un disegno di interessi comuni e misti, liberati dalla morsa jihadista. La morte ormai accertata di Ali Khamenei rende anche più evidente la cesura: da quando nel 1989 egli ha occupato il ruolo di "leader supremo", il suo segno è stato quello dell'accanimento aggressivo contro il suo stesso popolo e contro tutto il mondo non islamista in un delirio di conquista, convinto di essere la mano di Dio su questa terra, ignorando l'impoverimento e la sofferenza della sua gente pur di arricchire la strategia della spada dell'Islam tramite le Guardie della Rivoluzione per puntare sul nucleare e sul terrorismo.

La guerra di Israele e Usa è una guerra di scelta, non obbligata. Trump avrebbe potuto aspettare ancora settimane, accontentarsi di un finto accordo sul nucleare. Ma Donald ha detto chiaro che ci voleva la svolta mondiale. Sfidando le elezioni del midterm e anche i rischi per le basi sparse nel mondo, il presidente vuole mettere fine al pericolo strategico della morsa perpetua di terrorismo che l'Iran organizza con Hamas, Hezbollah, Houti e Iraq, coronata dalla preparazione dell'atomica. Trump l'ha ripetuto: è in pericolo tutto il mondo, e anche Netanyahu ha spiegato come Israele sia uno scudo dalla guerra perpetua. E Israele è il Paese più minacciato dall'Iran antisemita, e se Trump nel suo discorso non ha parlato di Israele, intanto volava nel cielo di Teheran con compiti coordinati con Tel Aviv: questo bombardava la sede del governo, il ministero della sicurezza, dell'energia atomica, dell'intelligence, quello le strutture militari più importanti.

Adesso, quello che accade è il segnale più chiaro dell'importanza mondiale dell'operazione: l'Iran ha contrattaccato colpendo sia Israele, sia i Paesi che vogliono cancellare la minaccia degli Ayatollah: oltre al Bahrain, gli Emirati, il Kuwait, la Giordania anche l'Arabia Saudita, il Paese principe di un possibile disegno di pace generale con Israele. Esso, colpito a sua volta, ha dichiarato che è pronto ad agire insieme agli Usa. Da sempre nel Medioriente un'alleanza più o meno scoperta di volenterosi si prepara a superare il tempo dell'incubo Iran-Hamas-Hezbollah per passare alla vera storia del Medioriente. È un disegno mondiale, che contiene anche l'India di Modi, il Corno d'Africa, la Grecia e Cipro, che prepara la pace per l'IMEC, l'alternativa fino all'Europa della via della Seta cinese. Mentre anche Putin dovrà soffrire della sconfitta del suo fornitore preferito di droni contro l'Ucraina.

Eppure, dopo aver speso qualche lacrima sui più di cinquantamila morti uccisi dalle Guardie della Rivoluzione, l'Europa non trova una parola per dire che comunque un mondo senza quel regime sarà un mondo migliore. La Spagna, e fa davvero vergogna, ha condannato l'attacco; la parola preoccupazione la fa da padrone nelle dichiarazioni dei Paesi europei. La paura, l'opportunismo, determina l'opinione su chi si è dimostrato nemico della civiltà della democrazia, della libertà, della pluralità religiosa? Trump ha anche previsto nel suo discorso la scelta libera da parte del popolo torturato dalla crudeltà degli Ayatollah. È una speranza reale: lo si vede dal fatto che nelle piazze iraniane la gente senza paura grida di gioia nonostante il rischio terribile.

Ma il coraggio è questo: distinguere il bene dal male, e saperlo dimostrare. È un evento unico al mondo che si vada a proprio rischio in aiuto contro la crudeltà e l'aggressività. Ma il "grazie "a Israele e a Trump deve aspettare tempi migliori.

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