La risposta sbagliata? Razzista. La matematica va sotto accusa

Per un gruppo di pedagogisti della California le risposte esatte rischiano di "discriminare le minoranze etniche"

La matematica non è un'opinione. Tra le poche certezze che questo mondo sempre più fluido ci aveva lasciato spiccava questo detto immortale: perché nessuno potrà mai mettere in dubbio che due più due faccia sempre quattro, che per fare un metro occorrano cento centimetri e mai novantanove e altre simili evidenze. Ci illudevamo. Per i dementi del politicamente corretto, l'inesorabile esattezza della matematica puzza indovinate un po'? di razzismo e discriminazione. Ed è arrivato anche per essa il momento di un'opportuna revisione che faccia giustizia della prepotenza dei bianchi ai danni delle minoranze.

L'idea geniale arriva sublime beffa - dalla California, cioè dallo Stato americano che ospita l'avanguardia mondiale dell'industria informatica, che sulle certezze fornite dalla matematica basa la propria fortuna e la capacità di plasmare le nostre vite. Qui, sulla costa del Pacifico, un gruppo di pedagogisti ha prodotto un documento, che ha inoltrato alle autorità scolastiche statali, contenente la seguente raccomandazione: i metodi attuali di insegnamento della matematica dovrebbero essere riformati per garantire un'istruzione più equa a tutti gli allievi. E questo perché la pretesa di insegnare la matematica concentrandosi sull'obiettivo di ottenere la risposta esatta, piuttosto che puntare sul (diremmo meglio: limitarsi a) comprendere i concetti e ragionare, altro non rivelerebbe che una «cultura di supremazia bianca». Secondo i proponenti, gli insegnanti che sostengono l'idea che in matematica ci siano sempre risposte giuste e risposte sbagliate «perpetuano l'oggettività e il timore di un aperto conflitto», che sono sempre secondo questi pedagogisti che pretendono di difendere gli interessi delle minoranze nere, ispaniche e native due tipiche caratteristiche dei sistemi razzisti nelle organizzazioni. È invece tempo, affermano in tutta serietà, di superare i metodi che alimentano la discriminazione razziale e di inserirne di nuovi che permettano agli studenti non bianchi «di recuperare le loro radici matematiche». È difficile immaginare qualcosa di più stupidamente razzista dell'idea falsa e malamente nascosta dietro cortine di fumo sociologista che siccome gli scolari neri o latinos fanno più fatica di quelli bianchi con l'algebra o con la geometria la soluzione stia non nell'insegnargliela meglio, ma nel ridurre i programmi di studio a qualche innocua chiacchierata: la solita scemenza irresponsabile del «no alla selezione» cara ai reduci dell'immortale Sessantotto. E non dovrebbe volerci molto a capire che se simili follie diventassero programmi scolastici, nel giro di un paio di generazioni gli americani sarebbero un popolo di ignoranti non solo in matematica, ma anche nelle scienze, nella tecnologia e nell'ingegneria. Una catastrofe nazionale alla quale i più ricchi ovvierebbero andando a studiare là dove la matematica non è un'opinione. E mentre i pedagogisti californiani s'ingegnano su come cancellare il razzismo dal teorema di Pitagora (vecchio, maschio e bianco: anatema!), a Chicago la lotta contro il suprematismo razziale raggiunge nuovi traguardi. La sindaca nera Lori Lightfoot ha deciso di celebrare l'anniversario della sua elezione concedendo interviste personali solo a giornalisti delle minoranze: niente bianchi, per loro c'è la conferenza stampa. Chi la difende nega che si tratti di razzismo alla rovescia ed esalta il suo gesto volto a «evidenziare le diversità». Ma tra i giornalisti c'è anche chi, pur non bianco di pelle, ha detto alla signora Piedeleggero (questo significa il suo cognome) che ci è andata troppo pesante e che un invito a queste condizioni non lo avrebbe accettato.

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