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Da Roma ladrona a bonazza. Il glossario "lùmbard-punk" che ha cambiato la politica anticipando Grillo e sovranisti

Comizi urlati, insulti e gesti "dell'ombrello". Quello stile del capo era già un programma

Da Roma ladrona a bonazza. Il glossario "lùmbard-punk" che ha cambiato la politica anticipando Grillo e sovranisti

Parole come corde metalliche che sanno di sesso e pistole. Stralunante, prima di Umberto Bossi i politici italiani parlavano un'altra lingua. Era il politichese, quell'idioma da Transatlantico fatto di subordinate, perifrasi e formule bizantine che servivano a non dire niente dicendo moltissimo. Nessuno amava alzare la voce. C'erano mestieranti, peones e fuoriclasse. Andreotti lo usava come un fioretto, Moro lo trasformava in labirinto, Berlinguer lo nobilitava con la gravità, Almirante era una melodia, Pannella una voce nel deserto. Poi arrivò il Senatùr e mandò tutto a ramengo, dove c'era la sfumatura piantò l'insulto, dove c'era il galateo tirò fuori il gesto dell'ombrello. Non fu semplice volgarità. Fu una rivoluzione linguistica che cambiò per sempre le regole del gioco. Quando Bossi giurava che la Lega ce l'ha duro lo capivano tutti. Non era una metafora. Stesso discorso per "Roma ladrona". Insopportabile con "el leon che mangia il terun" e profodamente maschilista con quella "bonazza della Boniver", una battuta talmente greve da far arrossire un carabiniere. Bossi non stava solo abbassando il registro, l'obiettivo era costruire una grammatica nuova, fatta di dialetto, pancia e teatro, che arrivava dritta al sistema nervoso del suo pubblico. I cronisti, nel capannello di Montecitorio, si interrogavano se fosse lecito scrivere certe parole. Non avevano capito che la domanda era già vecchia. Il Senatùr aveva spostato il confine del dicibile e non si tornava indietro.

Il linguista Gian Carlo Oli lo aveva intuito per tempo: le parole di Bossi erano fatte per essere ripetute, scritte sui muri, urlate nelle curve. Erano slogan che funzionavano come ritornelli, Roma ladrona la Lega non perdona, la Lega ce l'ha duro, e che una volta entrati in circolazione non avevano più bisogno del loro autore. La canottiera, il dito medio, la pernacchia erano la traduzione gestuale di quella stessa lingua. Marco Belpoliti ci scrisse un libro perché aveva capito che quel pezzo di tessuto bianco era un manifesto politico più eloquente di qualsiasi programma elettorale. Era il corpo che parlava al posto delle idee. Bossi però non era semplicemente un qualunquista. Non era Giannini, non era un borghese indignato che lamentava le tasse. Era qualcosa di più radicale e di più antico. Era il barbaro che entrava nell'impero non per riformarlo ma per saccheggiarlo, e che nel saccheggio portava con sé una visione del mondo, rozza quanto si vuole, ma coerente. Dietro gli insulti c'era un'idea, che l'Italia fosse una costruzione artificiale e che il Nord avesse diritto a una propria sovranità. Dietro la volgarità c'era una strategia, la consapevolezza che il linguaggio del potere andava distrutto prima del potere stesso. Lo disse lui, a modo suo: sono spregiudicato perché ho nemici molto forti e devo essere imprevedibile. Da quella grammatica bossiana discende quasi tutto il lessico politico degli ultimi trent'anni. Il vaffanculo di Grillo è il nipote diretto di Roma ladrona, con meno territorio e più internet. Il celodurismo è il padre biologico del sovranismo muscolare. La Padania, nazione inventata con bandiera e inno, anticipa di vent'anni la Brexit e il catalanismo, la scoperta che basta nominare un popolo perché quel popolo cominci a esistere.

La verità è che il Senatùr ha fatto ai partiti della Prima Repubblica quello che il punk fece alla musica nel 1977: dimostrare che non servivano dieci anni di conservatorio per salire su un palco, che bastava la rabbia, tre accordi e un microfono. Come in una anzone dei Sex Pistols: "Non so bene quello che voglio, ma so come ottenerlo". Dopo di lui nessuno ha più parlato come prima. I politici italiani hanno scoperto che l'insulto rende più dell'argomentazione, che la pancia batte la testa.

Se oggi il dibattito pubblico assomiglia a una rissa da bar è anche perché Bossi, trent'anni fa, ha dimostrato che il bar era il luogo naturale della politica. Non il Parlamento, non la Terza pagina. L'invenzione più duratura del Senatùr non è la Padania, che non è mai esistita. È il tono di voce con cui l'ha raccontata.

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