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"Salviamo i giovani cervelli dai social". L'appello al governo (che studia il divieto)

Lo psicoterapeuta Pellai alla Meloni: "Scrivo alla leader e alla madre". Lunedì incontro alla Camera con gli esperti

"Salviamo i giovani cervelli dai social". L'appello al governo (che studia il divieto)
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"Spettabile Presidente del Consiglio dei Ministri Italiani, Giorgia Meloni. Scrivo a lei come nostro leader politico. Ma anche come madre di una figlia. Le chiedo di riflettere su quanto il suo ruolo politico oggi più che mai deve coincidere anche con il suo ruolo di madre di una (quasi) preadolescente. So che sua figlia ha quasi 10 anni. È sulla rampa di lancio per l'ingresso in pubertà. La preadolescenza dei nostri figli oggi è stata catapultata nel mondo virtuale dove e le cronache di questi giorni ce lo hanno raccontato in più modi i nostri figli si fanno male, molto male. E fanno anche molto male agli altri. E stanno male". Inizia così la lunga lettera che Alberto Pellai, noto psicoterapeuta dell'età evolutiva (nonché padre di quattro figli) ha affidato ai social in vista del 13 aprile, quando alla Camera dei Deputati "un folto gruppo di esperti e di rappresentanti dei cittadini invocherà nuovamente il bisogno che la politica intervenga velocemente su questa che è un'emergenza di sanità pubblica". Il governo effettivamente sta mettendo a punto un disegno di legge (oggi in Senato) per impedire l'accesso a social ma anche alle piattaforme di condivisione video al di sotto dei 15 anni studiando divieti che non si possano aggirare. Alberto Pellai ricorda che insieme al padagogista Daniele Novara, sono stati primi firmatari di una petizione (era settembre 2024) "in cui chiediamo al governo di intervenire velocemente e con fermezza per salvare il cervello dei nostri figli, la loro salute e tutelare la loro vita. Più di centomila persone l'hanno firmata, ma ad oggi siamo stati inascoltati". Il tempo passa. I fatti accadono. E l'urgenza incalza. "In queste settimane - scrive Pellai - ho parlato con tantissimi genitori in eventi pubblici che continuano a sperimentare un vissuto di profonda impotenza. Ci domandano: Come possiamo imporre ai nostri figli di stare fuori dai social media, se tutti i loro compagni ci sono dentro? Come si può non farli giocare con i videogiochi, se tra di loro non parlano d'altro e non desiderano che fare questo? Come genitore vorrei per mio figlio un'altra cosa, ma poi non posso che cedere alle sue richieste perché altrimenti lo farei soffrire, lo terrei fuori dal mondo, gli impedirei di vivere il suo tempo". Il dato di fatto è che "quel senso di impotenza di noi genitori continuerà a rimanere lì con noi se non torneremo a fare gli adulti nella vita di chi cresce, cosa che però ci risulta impossibile fare visto che le multinazionali del digitale hanno imposto al mondo, alla scuola e alla famiglia la loro agenda: ovvero trasformare i nostri figli nel loro prodotto principale, così da generare profitti enormi proprio sfruttando la loro vulnerabilità psicologica così sensibile all'ingaggio dopaminergico di cui le loro piattaforme sono state scientemente e consapevolmente riempite".

L'Australia è passata dalle (tante) parole ai fatti. Il 10 dicembre ha vietato i social sotto i 16 anni. A ruota Francia, Spagna e Regno Unito e Austria hanno avviato procedimenti legislativi per attuare il divieto entro il 2026. Nel frattempo dall'America è arrivato il doppio verdetto contro Meta e Google: colpevoli dopo la denuncia di una ventenne californiana "nel trattare i nostri figli allo stesso modo con cui il Gatto e la Volpe avevano trattato Pinocchio: sfruttarne l'ingenuità per portarsi a casa i loro Zecchini d'oro", commenta Pellai.

In Italia sono almeno 3 le proposte di legge che abbracciano l'intero arco politico. Tutti d'accordo in una guerra che vede schierati tutti dalla stessa parte: quella agli algoritmi e alla loro manipolazione selettiva che fa vittime tra ragazzi poco più che bambini.

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