Il Senatore del Movimento 5 Stelle Roberto Scarpinato ha deciso di non rispondere alle nostre telefonate e richieste di chiarimento, dopo la nota in cui ieri attaccava la "stampa vicina alla maggioranza". Gli avremmo voluto chiedere il perché avesse detto che l'ex magistrato del pool antimafia Gioacchino Natoli avesse scelto di essere audito di sua sponte, quando in realtà tutto ciò è avvenuto solo in un secondo momento, e cioè dopo la richiesta degli esponenti pentastellati in Commissione Antimafia.
Così come avremmo voluto chiedergli perché dire che Natoli sarebbe stato audito solo sui fatti di Massa Carrara, quando, invece, tra gli argomenti c'era anche quello, per esempio, del pentito Gaspare Mutolo, figura centrale per le rivelazioni che fece, e per quelle che avrebbe fatto se Paolo Borsellino non fosse prematuramente stato ucciso da Cosa Nostra. Ma Scarpinato, pur essendo stato sollecitato da diverse telefonate e messaggi, ha scelto di affidare il suo pensiero a Il Fatto Quotidiano, sostenendo che "l'articolo 114 bis del codice penale vieta la pubblicazione prima del rinvio a giudizio delle ordinanze di custodia cautelare per evitare il processo mediatico, cioè che vengano percepite dall'opinione pubblica come un'anticipazione di un giudizio di colpevolezza. Tutte queste regole valgono solo all'interno del processo penale e nelle aule di giustizia, mentre possono essere completamente calpestate con un processo pubblico parallelo fuori dalle aule giudiziarie in commissione parlamentare antimafia ed è esattamente quello che è accaduto grazie alla gestione dei lavori da parte della maggioranza di centrodestra".
Ma nemmeno i 5 Stelle sono evidentemente abituati a essere chiamati a rispondere su inchieste che li vedono coinvolti, per cui preferiscono passare all'attacco. Gli stessi che professano la libertà di stampa accusano "La redazione unica dei giornali di Antonio Angelucci" che secondo i capigruppo M5S al Senato e alla Camera Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi "continua imperterrita con la campagna di fango contro Roberto Scarpinato. Un copione logoro, ripetitivo, che non aggiunge nulla se non rumore e propaganda". E ancora: "Cosa c'è di nuovo in quanto scrivono il Tempo e il Giornale? Zero. Solo la solita litania secondo cui Scarpinato dovrebbe chiedere scusa. Ma scusa di cosa, esattamente?" Ma, forse il senatore Scarpinato e il suo partito dimenticano che le intercettazioni ultime sono emerse dopo che la Procura di Caltanissetta, guidata da Salvatore De Luca, ha chiesto al gip del Tribunale l'archiviazione di uno dei filoni d'inchiesta sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio. E, soprattutto, i contenuti delle conversazioni non sono stati in alcun modo smentiti dai diretti interessati, che non si sono scusati né (nel caso di Natoli) per le frasi offensive rivolte a Paolo Borsellino e al figlio Manfredi, né per quelle rivolte al loro avvocato, nonché genero del giudice, Fabio Trizzino (nel caso del pentastellato). Ma c'è di più, ed è questo il cuore dell'inchiesta: Scarpinato, nel suo comunicato fa riferimento alla riunione del 14 luglio tenutasi presso la Procura di Palermo, quella in cui, secondo Scarpinato, fu comunicata a Borsellino l'archiviazione di uno dei filoni di mafia appalti: sostiene di averne parlato telefonicamente con Natoli "affinché ripetesse alla Commissione esattamente quanto aveva già riferito a me commentando l'audizione di Patronaggio". Patronaggio, il procuratore generale di Cagliari, era effettivamente presente alla riunione in questione, ma c'è una discrepanza nelle sue versioni. Perché Patronaggio nel 1992 non parla di archiviazione quando viene audito dal Csm a dieci giorni dalla strage di via d'Amelio? E perché poi, dopo trent'anni, contravvenendo ai normali parametri della memoria, e quindi del ricordo, sembra seguire una seconda linea e ricordare del fatto che si parlò dell'archiviazione? Sicuramente, però, secondo quanto ci risulta, non si è parlato del fatto che il giorno prima, quindi il 13 luglio, era stato richiesta l'archiviazione da parte di Scarpinato e Lo Forte della famosa inchiesta. Ed è quindi fondamentale ricordare la frase di Borsellino che riportò Antonio Ingroia (in servizio alla Procura della Repubblica di Palermo nel luglio del 1992): era stato lui a riferire che Borsellino "uscendo da quella riunione (...) fa voi non me la contate giusta".
Diversi gli elementi contrastanti nelle versioni che vengono fornite, ma una domanda su tutte resta centrale: perché accordarsi quando i fatti sono i medesimi? Perché chiamare a tappeto, cosa che avrebbe fatto Gioacchino Natoli come evidenziato dalla Commissione Antimafia?