C'è un solo motivo per cui la disastrosa performance di Rocco Maruotti, segretario dell'Associazione nazionale magistrati, autore di un post così indifendibile da essere rimangiato subito dopo, non ha provocato una bufera all'interno dell'Anm. E il motivo è che in questo momento se cade Maruotti, figura prominente di Magistratura democratica, cade l'impalcatura che tiene insieme il sindacato delle toghe, il gioco di alleanze tra correnti opposte che simula una unità di fatto inesistente. E presentare un Anm allo sbando nella fase finale della campagna per il No alla riforma della giustizia sarebbe un regalo al governo che nessuno vuole fare.
Così i giudizi più espliciti (della serie "vorrei capire se Maurotti ci è o ci fa") vengono confinati alle confidenze private. Pubblicamente, una cappa di imbarazzo e di silenzio è la risposta al messaggio in cui il segretario di Anm spiegava che in caso di vittoria del Si al referendum del 22 e 23 marzo la conseguenza sarà che resteranno impuniti anche in Italia "omicidi di Stato" come l'uccisione di Alex Bretti a Minneapolis. Una enormità che Maruotti, non potendo negare di averla scritta e pensata, ha cancellato perché "si prestava a strumentalizzazioni". In passato, dirigenti del sindacato delle toghe sono stati messi alla porta per molto meno. Adesso l'emergenza referendaria attutisce buona parte delle reazioni. Silenzio assoluto da parte di Magistratura democratica, la corrente di Maruotti, la cui presidente Silvia Albano reagisce ieri con un "non intendo fare dichiarazioni" alla richiesta del Giornale. Stesso silenzio dal presidente di Unicost, la corrente centrista, Michele Ciambellini: e anche lì il motivo è semplice, perché è solo grazie all'asse con le toghe rosse di Md che Unicost è tornata a controllare l'associazione. Ma appena si esce dal cerchio magico delle toghe di centrosinistra, l'indignazione viene a galla. A partire dalle fila di Magistratura Indipendente, la corrente moderata. Le uscite di Maruotti, scrivono i cinque membri di Mi del direttivo dell'Anm "non risultano appropriate con il ruolo istituzionale dell'Anm. La vicenda richiamata riguarda uno Stato terzo, con assetti istituzionali diversi da quelli italiani; il suo accostamento alla riforma costituzionale in discussione non appare appropriato né pertinente sul piano giuridico e istituzionale". Una sconfessione piena: al punto che il presidente dell'Anm Cesare Parodi che pure è iscritto a Mi, è si rifiutato di firmarla, e così pure i membri della giunta esecutiva. Ma l'insofferenza crescente verso il ruolo di Maruotti è crescente. La vera accusa è quella che da tempo pende su Maruotti, di essersi impadronito del ruolo di portavoce di fatto dell'Anm scavalcando il presidente Cesare Parodi. Anche le dichiarazioni su referendum e Minneapolis "non è chiaro se esse siano state espresse a titolo personale o nella qualità di rappresentante dell'Associazione". Ma appena si esce dal perimetro stretto dell'Anm i giudizi si fanno ben più severi: per Andrea Mirenda, membro togato del Csm, senza tessera di corrente, "l'uscita di Maruotti è davvero incommentabile. Finita questa tempestosa consultazione, degradata purtroppo in competizione elettorale, cosa penseranno i cittadini di una magistratura capace di mentire per manipolare le coscienze?".
Per Mirenda, il post (cancellato) di Maruotti è d'altronde l'esito della trasformazione dell'Anm in un partito di opposizione: "Sono doppiamente preoccupato - dice ieri al Secolo d'Italia - sia per la pesante sgrammaticatura istituzionale di una magistratura che scende in campo, erigendosi a soggetto politico, sia per le falsità adoperate. Nulla autorizza certe conclusioni, salva la volontà di ingannare con la peggiore disinformatia".