Fino a ieri non conoscevamo Andrea Pucci; ma ci sembra di conoscere bene, da sempre, chi lo denigra.
È la solita sinistra, che cambia nome ma non il vizio, un po' snob, un po' ignorante, un po' culturalmente razzista, che dal dopoguerra ma anche prima, negli anni Trenta, quando i critici che poi si sarebbero allineati al Pci erano ancora accucciati comodamente nel fascismo disprezza sistematicamente il cinema popolare, la commedia che "non va bene" se non è impegnata, che non ammette la risata facile, il film come intrattenimento, la comicità popolaresca... Carlo Lizzani considerava i film di genere e certo cinema d'evasione, niente più che "giocattoli" dell'immaginazione; i critici di sinistra, vedove inconsolabili del Neorealismo, mal sopportavano il cinema di Risi e Monicelli salvo poi recuperarlo anni dopo colpevoli di aver abbandonato l'impegno sociale "a pugno chiuso" per una rappresentazione più leggera e disincantata della realtà: per la kritica più ideologizzata dell'epoca, erano registi che usavano il comico per smorzare la critica sociale; che avevano rinunciato alla denuncia politica per divertirsi con la "scolapasta", la commedia popolare, quella che riempiva le sale. E come vedete non è cambiato molto con Pieraccioni l'altro ieri e con Checco Zalone oggi. Sempre il solito pregiudizio: il successo come specchio di un paese culturalmente arretrato, antropologicamente da correggere. Chissà poi perché.
L'impegno salva, la risata danna.
È un lungo filo rosso, che la sinistra italiana non ha mai spezzato: dire male delle cose che hanno il favore del pubblico, che divertono e sono amate dal popolo (che purtroppo non coincide con le élite). Quando Giovannino Guareschi morì, nel luglio 1968, l'Unità titolò: "È morto lo scrittore che non era mai nato". E stava parlando del padre della saga di Don Camillo e Peppone che, fra libri e film, aveva milioni e milioni di fedelissimi appassionati. Per anni i film di Totò e le commedie all'italiana più belle del boom e il cinema di genere degli anni Settanta e la commedia sexy che agli italiani piacevano così tanto, erano schifati, liquidati come spettacoli di bassa qualità, superficiali, qualunquisti, conformisti. E chi andava a vederli doveva essere compatito: erano quelli che votavano la Dc, poi votavano Berlusconi e dopo la Meloni. Gente che vota sempre sbagliato.
Ma ve lo ricordate, vero, quando l'alter-ego di Nanni Moretti, Michele Apicella, sbottava contro l'uomo del bar urlando: "Te lo meriti Alberto Sordi, te lo meriti!".
E ce lo meritavamo sì. Infatti col passare del tempo, neanche troppo, arrivò la rivalutazione. Totò, fino ad allora un guitto che faceva film ritenuti la vergogna d'Italia, divenne un attore di culto; registi come Monicelli furono innalzati a maestri di un "cinema politico" capace di una disamina sociologica profonda; Sordi divenne padre della Patria; Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone che la rivista Ombre rosse di Goffredo Fofi quando uscì in sala nel 1966 aveva stroncato con la battuta "due ore di noia" - divenne un capolavoro; e poi arrivò anche Walter Veltroni che rivide il giudizio persino su Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda con Edwige Fenech e Pippo Franco... E così il "film che trasuda stupidità e volgarità da ogni inquadratura", come lo aveva bollato la critica di sinistra, divenne "un presepe minimalista reso ancor più poetico dalla sofferta interpretazione". Prima un film culto, poi persino stra-cult (che poi, i compagni cinefili sbagliavano prima e sbagliano ora: l'Ubalda, la Giovannona, le liceali e le poliziotte era fuffa allora e lo è adesso).
Passano gli anni, la sinistra diventa più moderna (insomma...), cambiano i nomi e i cognomi che formano l'unica intellighenzia degna di rispetto in Italia, ma lo sguardo altezzoso resta lo stesso. Negli anni Ottanta i cinepanettoni, da sinistra, venivano visti come il culmine della volgarità e del cattivo gusto: una "spazzatura" cinematografica che rispecchiava la decadenza dell'Italia edonista, consumista e già un po' berlusconiana (strano: da qualche tempo, nella stessa parte politica, qualcuno sta riconoscendo che i Vanzina, i Boldi, i De Sica e compagnia "svacanzante" hanno raccontato la metamorfosi sociale dell'Italia molto meglio di tanti noiosissimi film autoriali dell'epoca). E la stessa cosa è accaduta con Drive In e poi Striscia la notizia, programmi delle tv berlusconiane, in opposizione alla tv pedagogica della Rai, disprezzati dalla sinistra culturale in quanto manifesto della mercificazione del corpo femminile, dell'ignoranza e del disimpegno politico; e però oggi sono al centro di studi sulla fenomenologia della satira italiana postmoderna. Qualsiasi cosa il postomoderno voglia dire.
Curioso: sia i cinepanettoni che programmi con Drive In e Striscia sono stati scritti e interpretati da autori e attori di sinistra, da Massimo Ghini ad Antonio Ricci, da Gino e Michele a Sabrina Ferilli, tutti artisti che rivendicano il diritto di fare comicità popolare senza per questo rinunciare alle proprie idee politiche; e ci mancherebbe pure. Nella vita un po' si predica, un po' si razzola.
Poi vennero gli anni d'oro del Bagaglino televisivo di Pier Francesco Pingitore e Mario Castellacci - che la sinistra considerava non solo troppo di destra, ma superato, "volgare" o trash, con quelle soubrette così popolaresche e quegli sketch così vecchi, senza la profondità politica richiesta dagli intellò, vuoi mettere con la satira pungente e raffinata di Zelig? -, e poi arrivarono Pio e Amedeo, e poi Angelo Duro e ora Andrea Pucci. Alla critica di sinistra che da sempre fatica ad accettare un intrattenimento comico di massa, visto come un ostacolo alla crescita culturale del Paese (che è invece favorita da comici come Benigni, Zoro, Selvaggia Lucarelli e la Littizzetto), si è aggiunto, a peggiorare le cose, anche il problema un po' fastidioso del politicamente corretto.
Ah, forse non c'entra.
Ma, a proposito della battuta inaccettabile di Boldi, ci viene in mente che nella celebre lista delle "Cose per cui vale la pena vivere" di Cuore, al primo posto, per anni, ci fu "la figa". Per parafrasare Totò - al quale gli stessi che lo stroncavano hanno a posteriori riconosciuto una grandezza artistica paragonabile a Chaplin - poi si dice che uno si butta a destra...