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Sei settimane prima dello stop aereo

Dopo Hormuz, Europa a secco di carburante. Birol (Aie): "Crisi più grave di sempre"

Sei settimane prima dello stop aereo
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Un futuro dove anche le auto voleranno. Questo era quello che negli anni '80 si immaginavano guardando al 2026, eppure oggi la situazione è lontanissima da questa visione. Sei settimane, meno di due mesi, questa è la scadenza a cui l'Europa si trova di fronte.

L'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran ha portato distruzione a livello globale, non solo le Borse di tutto il mondo hanno bruciato miliardi di valore e i cittadini si sono trovati di fronte a prezzi della benzina che non si vedevano dal periodo dell'invasione russa in Ucraina, ora a rischio ci sono anche i viaggi aerei. Immaginate di sentirvi dire, a pochi mesi dalle vacanze estive, che l'Europa ha solo sei settimane di autonomia prima di essere costretta a paralizzare i cieli. Purtroppo non si tratta di un romanzo distopico, ma di realtà. Secondo quanto rivelato dal Direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie), Fatih Birol, le riserve di carburante per i voli civili (jet fuel) nel Vecchio Continente basteranno per coprire appena i prossimi 42 giorni.

Ieri, in un'intervista rilasciata all'Associated Press, Birol ha lanciato un avvertimento che gela le speranze di una rapida ripresa: se il blocco navale nello stretto di Hormuz e le ostilità legate alla guerra non dovessero cessare immediatamente, le compagnie aeree saranno costrette a una raffica di cancellazioni a breve termine. Lo shock energetico che stiamo vivendo è stato definito dal vertice come "la crisi più grave mai affrontata, capace di colpire non solo i portafogli ma la mobilità stessa dei cittadini globali".

Insomma, in pericolo non ci sono solo i voli con scali in Medioriente, ma tutti. Le principali economie sono già cadute in una spirale dei prezzi, con il costo dei carburanti (la benzina ieri era a 1,779 euro al litro e il diesel 2,153) e del gas (ieri ha chiuso a oltre 42,5 dollari al megawattora) sempre più alti. In una simile situazione però, come ha sottolineato Birol, la ricchezza non sarà uno scudo sufficiente: "Alcuni paesi possono essere più ricchi di altri, ma nessuno è immune a questa crisi". Questo perché il problema non è solo il costo, ma è una questione di quantità: senza una riapertura incondizionata dello Stretto, i prodotti petroliferi semplicemente finiranno. Ma anche se Hormuz riaprisse nei prossimi giorni, gli effetti di questa guerra sarebbero in ogni caso duraturi. Oggi nel Golfo ci sono oltre 110 petroliere e 15 navi cisterna di gas liquefatto pronte a partire, la loro liberazione sarebbe solo un palliativo temporaneo. Perché il danno è già strutturale: oltre 80 infrastrutture energetiche chiave nella regione sono state colpite dai bombardamenti con danni, in molti casi, gravissimi. Secondo Birol, anche se la pace fosse firmata oggi, "ci vorrà molto tempo, probabilmente fino a due anni, per tornare alla normalità che conoscevamo prima della guerra".

L'effetto dell'aumento dei costi del jet fuel, che per il settore aeroportuale è corrisposto circa a 29 milioni di euro nell'ultimo mese, inizia ad essere evidente anche nei conti societari. Ieri, Kenton Jarvis, ceo della compagnia aerea EasyJet, ha annunciato un possibile incremento della perdita ante imposte compresa tra 540 e 560 milioni di sterline per i sei mesi terminati lo scorso 31 marzo, in aumento rispetto ai 394 milioni di sterline della prima metà del 2024-25. Jarvis ha dichiarato: "Abbiamo visibilità fino a metà maggio e non abbiamo preoccupazioni". Nonostante questo, le azioni della società hanno perso terreno ieri in Borsa a Londra (-4,9%).

Nel frattempo, Ryanair, che compete direttamente con EasyJet su molte rotte in tutta Europa, ha visto le sue azioni scendere di quasi il 6% sul Nasdaq, mentre gli investitori valutavano le implicazioni delle condizioni operative più deboli riportate dalla rivale.

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