Anche l'Europa si spacca. Israele tifa per il presidente e la Cina per lo sfidante. Ma nulla sarà come prima

Le cancellerie del mondo intero sono in ansiosa attesa dei risultati della più contestata e importante elezione americana del dopoguerra

Anche l'Europa si spacca. Israele tifa per il presidente e la Cina per lo sfidante. Ma nulla sarà come prima

Le cancellerie del mondo intero sono in ansiosa attesa dei risultati della più contestata e importante elezione americana del dopoguerra. Tutti infatti sono consci che, a seconda di chi vincerà, la politica estera degli Stati Uniti prenderà strade assai diverse. Se Trump dovesse ottenere un secondo mandato, sarebbe «America first» per altri quattro anni, con rapporti sempre più freddi con lEuropa, un ulteriore inasprimento del contenzioso con la Cina, una leadership mondiale imprevedibile. Se vincesse Biden, dovremmo invece attenderci un riavvicinamento all'Unione Europea, la accettazione di una politica globale per l'ambiente, un ribaltone della attuale politica mediorientale, mai così favorevole per Israele e indifferente verso la questione palestinese.

La conseguenza è che, anche in queste ultime ore di incertezza, ogni governo sta facendo, più o meno apertamente, il tifo per il candidato con cui si sente più in sintonia. In molti Paesi perfino l'opinione pubblica si è divisa tra sostenitori del presidente e il suo sfidante. Questa divisione tra amici ed avversari di Trump ci fornisce un interessante quadro dei rapporti internazionali. Nessuna meraviglia che il Paese che più spera ancora in una vittoria di «the Donald» sia Israele, che sotto la sua regia ha ottenuto il definitivo riconoscimento di Gerusalemme come capitale e uno storico accordo con i Paesi sunniti che si muovono nell'orbita americana. Nessuna meraviglia che per Trump si siano schierati il presidente brasiliano Bolsonaro e gli altri governanti americani di centro-destra, che contano ancora su di lui per rovesciare la dittatura di Maduro in Venezuela. Un po' meno scontata è la aperta presa di posizione a suo favore delle comunità cristiane della Nigeria (e di alcuni altri Stati africani) che, a torto o a ragione, lo apprezzano come «difensore della fede contro l'Islam». Ma le prese di posizione più sorprendenti sono quelle dei Paesi dell'Europa centro-orientale, cui l'impegno militare americano ai confini della Russia è apparso più importante dei numerosi attacchi di Trump all'Unione Europea, trattata non come un'alleata ma come una rivale. Di conseguenza hanno preso sul tema le distanze da Bruxelles.

I principali Paesi della Ue, proprio per reazione all'aggressività e alla scarsa affidabilità di Trump, puntano invece senza remore su Biden, nel cui programma figurano una rinnovata fiducia nella Nato e un rafforzamento della cooperazione con gli alleati. Su questa linea si sono attestati non solo i Paesi guidati dalla sinistra che hanno con lui una affinità ideologica, ma anche Francia e Germania. La inattesa debolezza del candidato democratico ha perciò destato notevole sconcerto, e il timore di nuove tensioni con Washington. La Gran Bretagna, ormai virtualmente fuori dall'Unione, ha invece mantenuto una sostanziale neutralità, con il premier Johnson amico di Trump e grato per il suo appoggio alla Brexit e un'opinione pubblica nettamente ostile.

Il grande interrogativo, comunque, riguarda quello che pensano a Mosca e Pechino. Nonostante vari motivi di dissenso il rapporto tra Trump e Putin è buono, e gli indizi che al Cremlino vada meglio un presidente divisivo come Trump di un mediatore come Biden sono numerosi. Stando alla Cia, hacker russi avrebbero anche aiutato the Donald durante la campagna elettorale. Ma lo Zar è uomo privo di scrupoli, e se gli convenisse non avrebbe difficoltà a trattare con un presidente democratico. Infine, la Cina: con le relazioni bilaterali al punto più basso da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto la Repubblica popolare nel 1973, Pechino dovrebbe avere tutto l'interesse a un cambio della guardia a Washington, ma neppure Biden è troppo gradito dopo le sue ultime prese di posizione. La stampa ufficiale ha descritto la campagna come lo scontro tra due vecchi inaffidabili e fuori dalla realtà. L'unico pronunciamento ufficiale del presidente Xi fa comunque intendere, in maniera un po' criptica, che non gli dispiacerebbe se Trump andasse a casa: «Nel mondo contemporaneo nessun unilateralismo, protezionismo o egoismo esasperato potrà mai funzionare».

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