Tutto è pronto per la ripresa dei raid americani sulla Repubblica islamica, ma Donald Trump non dà ancora il via libera e si mostra ottimista prima di imbarcarsi sull'Air Force One per la Cina, mentre il cessate il fuoco "resta in vigore", seppur fragile. Il presidente americano fa sapere: "Con l'Iran faremo un buon accordo, in un modo o nell'altro. Vediamo che succede". Poco prima aveva spiegato: "Non ho fretta, siamo in contatto con alcuni funzionari iraniani".
Anche se spiega di non "aver bisogno di aiuto con l'Iran", il leader statunitense attende di capire cosa accadrà nella sua visita a Pechino, che prevede domani il bilaterale con Xi Jinping, attore neutrale a parole, ma di fatto interessatissimo ai flussi energetici dalla Repubblica islamica, di cui assorbe il 90% delle esportazioni petrolifere e a cui avrebbe fornito, anche se Pechino nega, satelliti-spia per colpire le basi iraniane nel Golfo, oltre che armi per 5 miliardi di dollari. Eppure di una cosa Trump si dice certo: l'Iran smetterà di arricchire l'uranio e abbandonerà qualsiasi tentativo di costruire un'arma nucleare. "Si fermeranno al 100%. Hanno detto che riceveremo la polvere. E la riceveremo" commenta il leader della Casa Bianca. Che delinea il potenziale ruolo di Pechino, preparando il terreno per un coinvolgimento, dopo che la Russia si è proposta per il ruolo di custode: "Solo Stati Uniti e Cina possono recuperare il materiale nucleare, perché nessun altro possiede le attrezzature necessarie", spiega il tycoon.
Ad accompagnare il presidente sarà il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che ha confermato "un piano per un'escalation in Iran, se necessario". Tutto è ancora possibile. E Teheran non aiuta a chiarire le prospettive. Per l'ambasciatore iraniano in Cina, Pechino "può essere una forza importante per ridurre le tensioni". Ma il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, è perentorio: "Non c'è altra scelta se non quella di accettare il nostro piano in 14 punti". Se la situazione degenerasse, il ministero degli Esteri spiega che l'Iran è pronto a qualsiasi scenario: "Chiunque osi mettere piede sul suolo iraniano subirà gravi danni", avverte. "Negoziamo con il dito sul grilletto", è la sintesi ribadita dal portavoce del governo, mentre Teheran annuncia che "una delle opzioni, in caso di nuovo attacco, potrebbe essere l'arricchimento dell'uranio al 90%. Ne discuteremo in Parlamento".
Chi continua a usare toni più dialoganti è il presidente Masoud Pezeshkian, per cui negoziati "sono ancora possibili" e "Teheran dovrà consolidare tutto ciò che le Forze armate hanno ottenuto sul campo". Per i Guardiani della Rivoluzione, "il controllo iraniano sull'area di Hormuz si è ampliato", da 20-30 miglia fino a 200-300. Notizia smentita da Hegseth, secondo cui "gli Usa controllano Hormuz e Teheran lo sa".
A influenzare i negoziati è anche la situazione economica dei due contendenti. La guerra, secondo l'ultima stima del controllore del Pentagono, è costata finora 29 miliardi agli Stati Uniti. Ma è l'inflazione a preoccupare, balzata al 3,8% ad aprile, il massimo degli ultimi tre anni, una conseguenza del conflitto di cui Trump deve tenere conto.
Nulla in confronto all'iper-inflazione che si è abbattuta sull'Iran, i cui costi delle materie prime nel settore industriale sono aumentati del 400-470%, mentre si registrano fallimenti e licenziamenti. L'economia iraniana è al collasso. Ma il regime di Teheran, a differenza dell'amministrazione americana, può infischiarsene del consenso. E lo fa, continuano ad affamare il suo popolo.