"Siamo un popolo illiberale. Non abbiamo più speranza"

Piero Ostellino vede il Paese in pieno degrado e senza cultura politica. "Comandano le corporazioni, come la magistratura". "Renzi? È riuscito ad abbindolare gli elettori, sogna di fare il duce ma è solo furbo, non intelligente"

"Siamo un popolo illiberale. Non abbiamo più speranza"

Ex inviato, ex direttore, editorialista, liberale della scuola di Bobbio ed Einaudi. Piero Ostellino è seduto sul divano di casa sua, non lontano dal Corriere della Sera.

Partiamo dallo scandalo di Roma. Che cosa ha pensato?

«Ho pensato a quello che diceva un grande liberale bolognese, Marco Minghetti: “Fuori i partiti dalle istituzioni”. La corruzione si elimina così. Perché se i partiti occupano le istituzioni, ne approfittano per avere consenso».

È un caso che sorprende?

«È un caso di ordinaria corruzione, in un Paese dove la collusione fra partiti e istituzioni è troppo forte. Ed è straordinario che il primo ministro che si fa passare per rottamatore non abbia niente di meglio da dire che è una vergogna: dipende da lui evitare che succedano queste cose».

L'immigrazione è al centro dell'inchiesta, gli immigrati trattati come merce.

«È singolare. La sinistra si dichiara favorevole all'immigrazione per solidarietà, e invece la sfrutta per le cooperative. Ma non c'è nessuna solidarietà, è solo un affare».

Al prossimo sbarco con che faccia potranno parlare di solidarietà?

«Con la stessa faccia con cui ne hanno parlato finora. Tra le caratteristiche della sinistra c'è quella di cambiare le parole: usano una lingua di legno che non corrisponde alla realtà».

Mafia capitale finirà in una farsa?

«È la tesi di Ferrara. Per me no. È una farsa la reazione che hanno avuto i partiti e il premier, ma lo scandalo ha una sua concretezza e realtà».

In passato ha detto però che Calciopoli è stata una farsa.

«Quella sì. Non c'era nessuno scandalo, era solo una faida interna alla Fiat, fra gli Elkann e Andrea Agnelli. Una questione di potere, che ha pagato la Juve».

Parla da tifoso?

«Tifo Juve da quando avevo sei anni, quando la vidi vincere a Venezia 2-0. Perché io sono nato a Venezia».

Non è torinese?

«La mia famiglia è piemontese da mille anni, ho studiato a Torino ma prima ho vissuto a Venezia e a Napoli, mio papà era dirigente della Fiat».

Allora aveva la Juve nel sangue...

«Mio papà in realtà era del Toro. Comunque, quando diventai direttore del Corriere l'Avvocato mi presentò ai suoi dirigenti come il “direttore metalmeccanico”».

Era amico dell'Avvocato?

«Eravamo in buonissimi rapporti, fin da prima».

Per il tifo?

«No, perché era un uomo curioso. Quando tornavo dall'estero mi invitava regolarmente a cena e mi interrogava su quello che avevo visto».

Parlava anche di sé?

«No, faceva solo domande, in continuazione. Però era un gran signore».

In che senso?

«Faceva i suoi interessi, ma con classe. Mentre questi suoi eredi penso che non abbiano capito la differenza nella gestione del personale fra una fabbrica di auto e il Corriere».

Qual è la differenza?

«In una fabbrica i dirigenti sono anche fungibili, ma il giornale è un prodotto industriale fatto da artigiani. Non puoi pensare di sostituire una firma con tre praticanti, solo perché costano uguale...».

Da qualche parte il praticante dovrà pur iniziare.

«Ma con una firma cambi un giornale. E questo gli eredi dell'Avvocato non lo capiscono, mentre lui lo capiva benissimo».

Manca uno come l'Avvocato?

«Manca che era un uomo di mondo. E questi suoi eredi non lo sono. Brave persone, per carità».

Da direttore aveva un modello?

«Ottone. Siamo rimasti amici. È stato il più grande direttore del Corriere dal dopoguerra».

Perché?

«Aveva il disincanto e l'autoironia che devi avere per farlo. Il problema è che oggi, a furia di stare in mezzo, il giornale non prende più posizione».

Contro Renzi ha preso posizione.

«Si è schierato dopo che ho scritto io che è un furbetto. Già ne avevo parlato male...».

Perché ne ha parlato male?

«Se oltre che furbo fosse intelligente avremmo già il nuovo duce».

Addirittura. Non esagera?

«È pericoloso perché è divorato dall'ambizione. Che non è un male, ma per l'ambizione è disposto a fare qualunque cosa. Solo che è un ragazzotto così contento di fare il premier che non lo fa: lo esibisce, ecco».

La rottamazione non funziona?

«Funziona benissimo: Renzi ha fatto fuori la dirigenza del Pd e se ne è impadronito. Una operazione quasi machiavellica».

Ma contro il declino funziona?

«Non funziona perché non funziona lui. Dice quello che dovrebbero fare i politici, ma è quello che dovrebbe fare lui, e invece parla come se fosse a un convegno di intellettuali. È un chiacchierone che è riuscito ad abbindolare gli italiani. Del resto quale popolo alla domanda “volete burro o cannoni” risponde “cannoni”? Io avrei risposto burro».

Magari olio...

«Condimento, diciamo. Però ecco, un popolo retorico, fasullo».

L'Italia è illiberale di natura?

«Sicuramente è illiberale. Lo è di cultura politica, perché da noi non è arrivato l'illuminismo scozzese ma quello francese, razionalista, che ha prodotto guasti tragici come il comunismo, il nazismo, il fascismo».

Il liberalismo funzionerebbe?

«Avremmo più mercato, meno Stato, meno burocrazia. Anche la classe politica è in mano alla burocrazia».

Non ha un po' di speranza?

«No, non ho alcuna speranza per il nostro Paese che si degrada e si dissolve giorno dopo giorno, perché è senza cultura politica tranne quella collettivista, statalista e corporativa. Basta vedere la magistratura e l'archiviazione della sentenza Esposito».

Si riferisce al Consiglio superiore della magistratura?

«È una sentenza che grida allo scandalo, perché vuol dire che il Csm non è un organo di autogoverno bensì di autotutela di una corporazione».

Un pensatore che ci servirebbe oggi?

«Einaudi. Il prossimo presidente della Repubblica dovrebbe somigliargli».

E uno che abbia descritto già l'Italia di oggi?

«Noi abbiamo avuto il primo grande teorico della politica, che è Machiavelli. Purtroppo non è letto e studiato».

Perché è così odiato?

«Perché è assimilato all'assolutismo. Ma lui ha detto che il principe deve essere realista: che non vuol dire assolutista, il realismo è vedere la realtà così com'è, senza i paraocchi dell'ideologia. Io sono stato fortunato: all'università di Torino come maestro ho avuto Norberto Bobbio, che insegnava a leggere i classici del pensiero con spirito critico».

Quali sono i classici per lei?

«L'illuminismo scozzese: Hume, Adam Smith, Ferguson. Li leggo e rileggo ancora. Insieme a Machiavelli».

La accusano di essere servile. Dicono: craxiano sotto Craxi, berlusconiano sotto Berlusconi.

«In Italia, se dici che sei liberale, allora sei berlusconiano. Io non sono né craxiano né berlusconiano, ma neanche antiberlusconiano: è che non amo le polarizzazioni».

E allora perché questa accusa?

«Perché mi vogliono irregimentare dalla loro parte, perché sperano che diventi antiberlusconiano come loro. Ma io giudico con la mia testa».

I liberali hanno dei difetti?

«Sicuro».

Sono altezzosi?

«Non credo».

Sono tutti ricchi?

«Si può essere liberale anche da povero, come me».

Diciamo da non ricco?

«Io lavoro per campare».

Non potrebbe stare senza...

«Avrei difficoltà a vivere in un Paese totalitario, in cui non posso dire quello che penso. Sarei in prigione».

Ha vissuto in Russia e in Cina.

«Ma lavoravo per un giornale borghese occidentale. Comunque, i cinque anni in Russia sarebbero stati un inferno senza mia moglie. È lei che si occupa di tutte le faccende pratiche, è l'amministratore delegato della mia famiglia da cinquant'anni».

Qualcosa saprà fare.

«Zero assoluto. Io leggo e scrivo».

Almeno il passaporto per la Russia l'avrà fatto.

«No, ci ha pensato mia moglie. Là poi non si trovava neanche da mangiare. Al negozio vicino a casa c'erano solo un po' di pessimo salame, un po' di formaggio e, pagando, il caviale. E anche lì mia moglie provvedeva: portava al negoziante dei modelli di macchinine, e lui in cambio ci faceva trovare sempre il caviale».

E come mangiava il caviale, col burro?

«Con le crepe di grano e la panna acida».

Ha detto: «Se tutti fossero liberali andrei all'opposizione». Sul serio?

«Sì, non mi piace il pensiero unico, anche quello liberale. Come Isaiah Berlin, sono per la pluralità dei valori, anche in conflitto fra loro, sono per la società aperta di Popper».

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