Nel pieno di una fase internazionale delicata, segnata dalla crisi in Medioriente, il governo ribadisce la linea della prudenza e della responsabilità. La vicepresidente del Senato, Licia Ronzulli, difende la posizione dell'esecutivo e respinge le polemiche delle opposizioni. "L'Italia non è in guerra e non intende entrarci", sottolinea. E aggiunge: "Il nostro compito è lavorare per la stabilità e per la pace, tenendo aperti tutti i canali diplomatici possibili".
Presidente Licia Ronzulli, Giorgia Meloni ha riferito alle Camere sulla crisi in Medio Oriente. La premier ha ribadito che l'Italia non è in guerra e non intende entrarci. Condivide questa linea?
"Certo che sì e lo voglio ribadire: non siamo e non entreremo in guerra ed è per questo che non dobbiamo smettere di lavorare per la pace, tenendo aperti tutti i canali del dialogo diplomatico. Questo è il momento della responsabilità e della coerenza. La sinistra è evidentemente irritata perché oggi la leadership di Roma è tornata forte e rispettata in Europa e in tutto il mondo".
Inevitabilmente si discute in questi giorni dell'uso delle basi. Il Parlamento deve avere un ruolo cardine qualora arrivasse una richiesta in tal senso da Washington?
"In primis è importante ricordare che le basi sono americane e che il supporto richiesto è di tipo tecnico-operativo. In ogni caso, il ministro Guido Crosetto e la premier Meloni hanno già chiarito che se venisse chiesto di utilizzarle, si tornerà in Parlamento per decidere assieme. Il quadro è chiaro e lineare, non vedo rischio di equivoci e ambiguità. A meno che non si voglia far esplodere polemiche solo per il gusto di attaccare il governo, classico sport nazionale delle opposizioni in cerca di visibilità".
Cosa risponde a chi sostiene che l'Italia rischia di essere marginale nella gestione diplomatica della crisi?
"Solo chi è in malafede può non accorgersi che l'Italia oggi è un autore politico autorevole, che deve giocare fino in fondo il proprio ruolo. Un'Italia che siede ai tavoli europei senza complessi di inferiorità e con la schiena dritta. Non più per seguire decisioni di altri, come accaduto troppe volte in passato, ma per contribuire a costruirle. Il lavoro diplomatico richiede discrezione, serietà e continuità: tre elementi che questo governo sta dimostrando di avere".
Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno sul referendum costituzionale sulla giustizia. Per la maggioranza è una riforma storica, per le opposizioni un indebolimento della magistratura. Perché gli elettori dovrebbero votare Sì?
"Perché questa è una riforma che difende i cittadini dalla malagiustizia, offre ai magistrati un'indipendenza dalla politica e permette all'Italia di raggiungere gli standard occidentali. È un passaggio che il nostro Paese attende da troppo tempo e che finalmente può diventare realtà".
L'affluenza alle urne viene ritenuto un fattore decisivo. Teme lo spettro dell'astensione?
"È chiaramente un tema legato anche al clima che si respira e ai sondaggi. Oggi la gente ha paura ad esporsi perché se un magistrato come Nicola Gratteri minaccia in un'intervista un'autorevole testata giornalistica, pensate in che stato di timore vivono questo referendum i cittadini... Ma resto convinta che gli italiani alla fine comprenderanno l'importanza di questa riforma e andranno a votare. Quando si tratta di diritti e di giustizia, la partecipazione è sempre fondamentale".
La riforma della giustizia è stata spesso presentata come una risposta al trentennale squilibrio tra politica e magistratura. Crede che questo referendum possa chiudere quel conflitto?
"Certamente la riforma garantirà un maggior equilibrio tra poteri, limitando le invasioni di campo.
Quando la magistratura entra a gamba tesa nel campo della politica e viceversa sono la democrazia e i cittadini a rimetterci. L'obiettivo è proprio ristabilire regole chiare e rapporti più equilibrati, nell'interesse delle istituzioni e soprattutto dei cittadini".