Simboli

Un Paese per rinascere, risorgere, ripartire ha bisogno di simboli

Simboli

Un Paese per rinascere, risorgere, ripartire ha bisogno di simboli. Di un'immagine che catalizzi i sentimenti, che ne rappresenti lo sforzo, che dia speranza. Ebbene, il Salone del mobile per Milano, ma non solo, è tutto ciò. Non è spicciola retorica, non lo è soprattutto oggi che la manifestazione riprende dopo aver saltato un anno per la pandemia. E il simbolismo è ancora più forte, più denso di significato se si pensa al filo che unisce i padiglioni della nuova Fiera, che oggi ospitano gli espositori, e quelli della vecchia, che hanno accolto i malati di Covid nell'ospedale che è stato allestito sull'onda dell'emergenza (l'ultimo paziente è stato dimesso il 4 giugno).

Ecco perché, di fronte a questo primo appuntamento in cui il Paese si affaccia sul mondo proprio quando, grazie ai vaccini e al green pass, torna ad assaporare la normalità, tutti debbono essere coscienti delle proprie responsabilità. Sicuramente quei piccoli, medi e grandi imprenditori che espongono i loro prodotti lo sono. I dati di un nuovo miracolo italiano cominciano a vedersi: con una crescita del Pil che supera il 6%, da fanalino di coda dell'Europa ci siamo trasformati nell'avanguardia della ripresa. Precediamo sia la Germania, sia la Francia. Certo dovevamo recuperare più degli altri e, quindi, ci sono tutte le ragioni per cui l'effetto rimbalzo incida maggiormente sulla nostra economia. Questo non toglie però meriti alle imprese del nostro Paese che in Milano e nella Lombardia hanno sempre avuto la loro locomotiva. Si respira, insomma, una grande voglia di rischiare, di mettersi in gioco che ne caratterizza la vitalità. Un desiderio di scommettere su se stessi che il governo, con una buona dose di pragmatismo, tenta di assecondare. La stessa consapevolezza, invece, stenti a ritrovarla nella politica. Anche il modo tutto sommato inerziale con cui si rapporta alla Fiera, non cogliendo la straordinarietà del momento, lo dimostra. Si ha come la sensazione che la politica, o almeno una parte di essa, sia un passo indietro. Colpisce, ad esempio, che ieri i due schieramenti abbiano misurato le loro identità sul reddito di cittadinanza, un tema anacronistico o che, come minimo, non è legato al sentiment del momento: nell'anno della scommessa, del rischio, del lavoro, la politica ha all'ordine del giorno uno strumento che, nell'accezione grillina, è più o meno la rendita del «nullafacente». Un istituto che andrebbe abolito tout court e, semmai, immaginato in modo completamente diverso. Invece, le forze politiche si accapigliano sul tema, con il centrodestra che giustamente punta a cancellarlo, i 5stelle che difendono l'ultima vestigia del governo Conte e il Pd che li asseconda per dovere di alleanza, mettendosi sotto le suole l'ultima ombra di riformismo che gli è rimasta. E, mentre si parla di reddito di cittadinanza, la riforma fiscale, che dovrebbe essere il vettore della ripresa, viene rinviata al prossimo anno.

Un altro simbolo: il simbolo di quanto è lontano il Palazzo dallo spirito della Fiera.

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