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"La rimozione della foto di Mussolini? Non si può ammazzare la Storia"

La rimozione della foto di Mussolini? "È una mistificazione storica". Parola di Carlo Cadorna, nipote del generale Cadorna, che ha vissuto in clandestinità assieme ai genitori durante la resistenza

Carlo Cadorna: "La rimozione della foto di Mussolini? Non si può ammazzare la Storia"

"Mio nonno ha conosciuto Mussolini alla fine del '18 e sul suo conto non si era sbagliato: gli era parso intelligente ma con il fare già da dittatore". Carlo Cadorna, ex ufficiale dell’esercito, storico e soprattutto nipote di Luigi Cadorna, il "generalissimo" della Grande guerra, non è certo un estimatore del Ventennio, eppure non è affatto d’accordo con la rimozione del ritratto del Duce dai corridoi del Mise né con la censura del politicamente corretto applicata alla Storia. Una tendenza figlia dell’egemonia culturale della sinistra che non ha fatto sconti neanche a suo nonno.

Suo nonno non aderì al fascismo, suo padre si unì ai partigiani. Lei che rapporto ha con quel periodo storico?

"I primi due anni di vita li ho passati nascosto in una cantina in provincia di Varese con un balia perché i miei erano a fare la resistenza. I tedeschi mi cercavano per poter ricattare mio padre. Insomma, sfido chiunque a darmi del fascista, oggi però considero quel periodo sul piano storico. Chi parla di ritorno al passato è fuori dalla realtà".

Cosa ne pensa della rimozione della foto di Mussolini dall’esposizione del Mise?

"È una mistificazione. Se Mussolini in quel periodo ha ricoperto quell’incarico è giusto che ci sia. Nella Storia non si deve cancellare nulla perché tutto è utile per comprendere quello che avviene oggi e quello che arriverà domani. Chi lo vuole escludere non ha capito che Mussolini è un personaggio storico: lasciamo che i morti seppelliscano i morti".

Quindi ha ragione La Russa a parlare di cancel culture?

"Certamente. Siamo passati dal marxismo-leninismo, che è fallito in tutto il mondo, al mass-radicalismo, un metodo per continuare in maniera occulta a usare gli stessi sistemi non democratici che si usavano durante la rivoluzione bolscevica. È una modalità che influisce negativamente sul processo storico, che dovrebbe essere analizzato nel suo insieme: non ci può essere una memoria selettiva né qualcuno che sceglie cosa prendere e cosa lasciare. Significa privare la collettività di elementi indispensabili per leggere il presente e autodeterminarsi consapevolmente nel futuro".

Anche suo nonno è stato oggetto di questo tipo di attacchi...

"Sì, negli anni si sono verificate decine e decine di casi. Gli ultimi sono stati nei Comuni di Como, Merano, Bassano del Grappa, Nova Milanese e persino in una scuola di Pallanza, che è la città natale di mio nonno, volevano sostituire il suo nome con quello di Gino Strada".

Lei ha sempre resistito a questi attacchi, da dove partono?

"Sono la conseguenza diretta di una storiografia diffamatoria, piena di contraddizioni e manipolata. Perché a partire dalla metà degli anni Sessanta la cultura è stata pesantemente influenzata dal Partito comunista italiano, che ha determinato i contenuti storiografici a proprio vantaggio. Così mio nonno è stato demonizzato per aver combattuto con forza la propaganda bolscevica in tempo di guerra: come è emerso dalla relazione della commissione d’inchiesta su Caporetto, i socialisti bolscevichi italiani, nel momento più duro del conflitto, sobillavano i giovani soldati a fare la rivoluzione come in Russia, minando la disciplina dell’esercito".

Suo nonno è una figura divisiva, ma se si cancellassero tutte le figure divisive della Storia, quali sarebbero le conseguenze?

"Beh, innanzitutto dovremmo demolire mezza Italia, giusto per farle qualche esempio: Giolitti manipolava le elezioni per il tramite dei prefetti, Mazzini si è macchiato di attentati terroristici, lo stesso Giulio Cesare era un tiranno e potrei andare avanti per ore. Cosa ci rimarrebbe poi? Ammazzeremmo la Storia".

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