Yohanan Tzoreff ha una profonda conoscenza della situazione a Gaza, senior researcher dell'Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv, è stato Consigliere arabo dell'amministrazione civile nella Striscia di Gaza durante la prima Intifada fino al completamento dell'attuazione degli Accordi di Oslo. Tra i suoi incarichi è stato il traduttore personale del premier Yitzhak Rabin in molti degli incontri pubblici che ha tenuto con Yasser Arafat nel primo anno dopo l'attuazione degli Accordi al confine di Gaza. Lo abbiamo intervistato sulla fase due a Gaza e sul "Board of Peace" promosso da Donald Trump.
Il presidente americano ha annunciato un nuovo Board of peace per iniziare la fase due a Gaza, qual è la sua impressione del progetto?
"Prima di tutto bisogna chiedersi qual è la reale intenzione di Trump. Nel Board ci sono due gruppi: il primo con nomi di alto livello, il secondo più operativo con responsabilità su Gaza. Occorre capire nell'ottica trumpiana cosa significa la divisione tra questi due gruppi perché il tema è più ampio e non riguarda solo il Medio Oriente. L'impressione è che Trump voglia creare un ente che si sostituisca alle Nazioni Unite, gli americani stanno pensando a un nuovo modo per risolvere i conflitti nel mondo".
Come è stata accolta la notizia in Israele?
"Su Gaza c'è una contraddizione nel modo in cui i palestinesi guardano alla fase due e a come la vedono gli israeliani. I palestinesi pensano che con la fase due possa avvenire una risoluzione della questione palestinese con una riconciliazione interna tra Hamas e Al Fatah. In tal senso pensano a una riconciliazione tra Gaza e la Cisgiordania e al ritorno dell'autorità palestinese a Gaza avviando a un processo che possa poi portare alla formazione di uno Stato palestinese. Dal lato israeliano si pensa più alla sicurezza: la principale questione è far sì che non entri più nella Striscia materiale utile per costruire missili o armi. C'è poi un problema politico perché Netanyahu non vuole che ci siano rappresentanti di Turchia o Qatar nel consiglio di pace ma preferirebbe gli egiziani. È troppo presto per parlare di fase due".
C'è poi la questione di Hamas che continua ad avere un ruolo dentro la Striscia di Gaza
"Hamas ad oggi è l'unico vero potere dentro la Striscia, tutti i palestinesi parlano di un accordo comune ma Hamas continua ad avere le armi e le terrà perché hanno paura di cosa può accadere in futuro. Per Israele questo è un punto fondamentale e deve essere sicuro ci sia un modo per eliminare le armi".
La ricostruzione di Gaza inizierà in tempi brevi?
"Dipende a chi lo si chiede. Da una prospettiva israeliana non c'è modo di iniziare la ricostruzione prima di aver raccolto tutte le armi in mano ad Hamas e aver ottenuto garanzie di stabilità. C'è poi il nodo della linea gialla poiché per i palestinesi la ricostruzione deve avvenire ovunque, mentre per gli israeliani solo all'interno della linea gialla".
L'Italia e l'Europa possono giocare un ruolo in questo scenario?
"Trump coinvolgerà gli Stati europei nel consiglio di pace e penso che faranno parte di questo progetto anche perché va finanziato.
È inoltre essenziale far capire a Trump che il business non è l'unico modo per risolvere i conflitti, il presidente americano pensa che la questione di Gaza sia solo economica e possa risolversi con la costruzione di una nuova città ma questo è un errore e gli europei possono farglielo capire".