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Stringere la cinghia non è una sconfitta: si evita di far crescere ancora il debito

Un limite alla spesa rappresenta un freno, un richiamo alla realtà in un Paese che ha trasformato il deficit in una scorciatoia politica

Stringere la cinghia non è una sconfitta: si evita di far crescere ancora il debito
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C'è qualcosa di surreale nel dibattito di queste ore sul deficit italiano al 3,1%. Da una parte il governo che quasi si lamenta di quei maledetti 600 milioni che avrebbero evitato di permanere nella procedura europea. Dall'altra l'opposizione che stappa bottiglie come se avesse scoperto l'acqua calda: Non ce l'hanno fatta. Detto per di più da chi ha prodotto centinaia di miliardi di debito aggiuntivo fa ridere.

Perché qui il punto non è quel decimale. Il punto è capire se davvero vogliamo continuare a giocare con il fuoco della spesa pubblica come se fosse un diritto acquisito. Spoiler: non lo è.

Anzi, diciamolo chiaramente: quel 3,1% è quasi una manna. Sì, forse esageriamo, ma seguite il ragionamento. Un limite alla spesa rappresenta un freno, un richiamo alla realtà in un Paese che ha trasformato il deficit in una scorciatoia politica. Non siamo gli unici per la verità. Un governo debole come quello francese sta chiudendo con un saldo in rosso quasi doppio del nostro.

Il vero problema non è uscire dalla procedura. Il vero problema è cosa succede quando si esce. Perché quando dai più spazio al deficit, dai più potere alla politica di spendere. La storia italiana insegna una cosa molto semplice: la politica, quando può spendere, spende. Sempre. E non per riformare e men che mai per ridurre le imposte. Spende per distribuire. Bonus, incentivi, sussidi, micro-misure che fanno titoli e consenso ma che lasciano il conto a qualcun altro. Indovinate a chi? Ai nostri figli.

Allora la domanda vera è: chi stabilisce cos'è un'emergenza? Perché ogni volta che si apre il rubinetto del deficit, lo si fa in nome dell'emergenza. Pandemia, energia, inflazione, guerra, clima. Tutto è emergenza. E quando tutto è emergenza, niente lo è davvero. E soprattutto: quando si comincia a fare deficit, si sa dove si inizia. Ma non si sa mai dove si finisce. L'opposizione oggi attacca il governo. Ma dimentica con una certa disinvoltura di aver lasciato conti pubblici che definire fragili è un eufemismo. Anni di spesa allegra, di crescita zero e di debito accumulato senza una strategia. Oggi paghiamo il deficit del Superbonus. Il governo, dal canto suo, dovrebbe evitare i lamenti. Perché non essere riusciti a scendere sotto il 3% non è una tragedia. È semmai un promemoria: attenzione, qui non c'è spazio per fare tutto quello che si vuole. E forse è un bene. Perché la tentazione di usare il deficit come leva politica è fortissima. Oggi 600 milioni, domani qualche miliardo. Poi si aggiusta, si dirà. Poi si vedrà. Poi cresceremo. È sempre la stessa storia. E invece no. Ogni euro di deficit, anche quello sotto il 3 per cento, costruisce un mattoncino in più di debito. Ogni debito è una cambiale fatta in conto di qualcuno che non vota oggi: i cittadini di domani.

E allora forse dovremmo avere il coraggio di dirlo: meno deficit non è una sconfitta. È una forma di disciplina. Di responsabilità. Di serietà. Non fa vincere le elezioni, certo. Ma evita di perdere il futuro. E in un Paese liberale dovrebbe bastare.

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