"La decapitazione dei vertici della Repubblica islamica non è ancora la fine della teocrazia, di cui è prematuro parlare. Siamo in una fase di transizione e il regime iraniano ha mostrato fin qui resilienza e resistenza, ma molte cose sono cambiate nelle 24 ore successive all'attacco congiunto Usa-Israele", spiega Avi Melamed, ex funzionario del Mossad e consigliere senior per gli Affari arabi, oggi analista strategico di intelligence ed esperto geopolitico.
Il regime iraniano è stato decapitato con l'eliminazione di decine di figure di spicco, a partire dall'ayatollah Khamenei. Teheran ha un piano B?
"Ci sono ancora molte cerchie di potere pronte a prendere il comando. Nelle prossime ore tenteranno di raggrupparsi e riorganizzarsi, faranno di tutto per tenere in piedi la dittatura".
Tra i possibili successori di Khamenei si fa il nome del figlio, Mojtaba, 56 anni. Potrebbe essere lui a subentrare?
"Il figlio di Khamenei figura tra le vittime degli attacchi, nonostante non ci sia ancora conferma. In ogni caso, il secondogenito della Guida Suprema non ha grande supporto e adesso altri gruppi di potere si faranno avanti e designeranno un proprio uomo di punta per gestire questa fase".
L'attacco Usa-Israele è stato definito una "sorpresa tattica". Quanto il regime di Teheran è stato colto di sorpresa?
"L'Iran ha creduto di poter navigare fino alla fine le acque della diplomazia, ha fatto affidamento sulle voci che si alzavano contro la guerra e pensato che, alla fine, Trump si sarebbe tirato indietro. Ma Teheran ha sbagliato i conti".
Il conflitto può davvero cambiare il Medioriente?
"La dinamica di inizio guerra è interessante, perché tutto è cominciato senza che si parlasse di cambio di regime in Iran, ma in 24 ore le cose sono cambiate. C'è stato una modifica degli obiettivi americani, che ora puntano a traguardi più ambiziosi per avviare il regime change".
In che modo gli Stati Uniti possono spingere ancora per la fine della dittatura?
"Dopo aver preso di mira i Pasdaran, possono puntare sui quartier generali dei basiji (i paramilitari volontari, nda) e prendere di mira i comandanti della polizia. Anche i Paesi arabi potrebbero avere un ruolo proattivo per spingere verso il cambio di regime. Ma molto dipende da come la situazione evolverà".
La rappresaglia iraniana ha preso di mira anche i vicini arabi e musulmani. Qual è il clima in questa galassia?
"C'è un senso di delusione, frustrazione e perfino rabbia, se non furia vera e propria, per la reazione iraniana. Nel mirino sono finiti Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait, Giordania ed Emirati arabi uniti. L'Iran ha dimostrato che non distingue fra amici e nemici e questo può cambiare molte cose".
I vicini non si aspettavano gli attacchi dell'Iran?
"I Paesi del Golfo hanno sempre avuto legami molto stretti con Teheran e hanno fatto grande pressione per evitare un'azione militare contro l'Iran. Volevano una soluzione diplomatica ed erano al fianco dell'Iran, pensando di guadagnare un'assicurazione sulla vita. Hanno fatto male i calcoli e le loro posizioni stanno cambiando. Soprattutto in Arabia saudita".
La prospettiva è cambiata?
"Se finora Riad ha lavorato per la distensione, adesso i sauditi sono totalmente al fianco degli Stati Uniti e fanno pressione su Washington perché continui con l'azione militare. È un cambio che riguarda le ultime ore e non è affatto da sottovalutare".
Cosa dobbiamo attenderci dai proxy, da Hamas a Hezbollah?
"Finora si sono tenuti in disparte, sono sospettosi e credo che il regime non abbia ancora ordinato loro di rendersi operativi. Ma remo che le cose cambieranno".
Che altre forme di rappresaglia possiamo aspettarci?
"Ci saranno sviluppi nell'arena marina, soprattutto nel nord dell'Oceano Indiano.
Non possiamo escludere nemmeno attacchi in Europa, nonostante dal presidente francese Macron al premier spagnolo Sánchez alcuni leader europei abbiano fatto il gioco del regime. Volevano evitare un confronto diretto, ma hanno finito per accreditare la teocrazia".