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Quel terribile spettacolo in tv delle facce del No in estasi fino al delirio: "Merito nostro"

La gioia incontenibile di giornalisti e conduttori schierati contro la riforma

Quel terribile spettacolo in tv delle facce del No in estasi fino al delirio: "Merito nostro"
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Seguire una delle tante trasmissioni televisive che trasmettevano in diretta la "vittoria" del no alla riforma della giustizia è stato come assistere una sorta di esperimento psico-sociologico. Al sopraggiungere delle prime proiezioni, senza essere esperti di linguaggio non verbale o in microespressioni facciali, era impossibile non rendersi conto che in studio qualcosa stava succedendo. Man mano che i dati si facevano più sicuri un'indubitabile gioia maligna si espandeva per andare a rinvigorire gli ospiti commentatori fan del "no". Lo stesso plotone che, sfidando eroico la famigerata censura di TeleMeloni aveva incitato la nazione a proteggere il monolite della costituzione. Se fino a qualche minuto prima una codarda prudenza mischiata a una certa scaramanzia aveva reso contriti i Gomez, i Travaglio (foto a destra), i Giannini, le Oliva, le Gruber (foto a sinistra), gli Scanzi, quando le percentuali hanno cominciato a essere indubbie si è verificato il prodigio: dopo un primo momento di sconcerto "ma davvero?" i loro muscoli tesi si sono allentati. Il Gomez ha persino gonfiato il petto a pollo quando ha dichiarato solenne "è stato merito nostro", il Travaglio ha sollevato il sopracciglio a "ve l'avevo detto", gli altri hanno gridato "gli Italiani amano la Costituzione!". Le donne in studio non riuscivano a smettere di toccarsi i capelli e a cincischiarsi gli orecchini, le gambe si accavallavano e si scavallavano senza sosta in preda a una sorta di eccitazione isterica. Fino a che un trionfo tronfio è lievitato nel volto di ognuno di loro. D'altra parte la "straordinaria prova di democrazia", il voto paragonato a quello che fu fra Repubblica e Monarchia, la vittoria come "fatto politico enorme" reclamavano compiacimento. Un balsamo terapeutico per lenire le attuali limitate soddisfazioni, e infatti anche i desaparecidos della politica, quelli che stremati dalle delusioni si erano rassegnati all'oblio, si sono catapultati fuori dai loro anfratti in cerca di sollievo. Lo stesso sollievo intravisto negli occhi aguzzi di Conte che esulta "ce l'abbiamo fatta" per poi, sciacallamente astuto "e ora, primarie!". O che trapela dall'euforica "primavera politica" accesa dal torvo sindacalista per l'occasione insolitamente amabile. D'altra parte è il loro momento, la polarizzazione di un paese spaccato a metà per ora non è priorità, anche perché "quando il popolo parla il palazzo deve ascoltare". Dove "il popolo" è quello che ha votato no e "ha capito", come dichiarato dal procuratore Lo Voi. Chi non ha cantato bellaciao, chi ha votato sì per il cambiamento di un sistema imperfetto, chi non ha potuto ignorare l'antinomia della minaccia di "rischio deriva fascista" in un voto democratico, ha perso. Ma non ha ricevuto nessun avviso di sfratto. Questo gioire deviato in una pedanteria poco elegante a sottolineare una vittoria, o peggio in una sorta di scampato pericolo di svolta autoritaria può essere umanamente comprensibile, e per qualche giorno è bene che si sfoghino e facciano i brindisini col prosecco al coro di "chi non salta Meloni è". Intanto, mentre i vincitori fan festa accarezzati dalle illusioni in compagnia della "costituzione salva", il presidente dell'Anm si dimette, l'imam di Torino posta la foto della sua scheda elettorale con un bel "no" indicativo, lo Stretto di Hormuz rimane chiuso e la Meloni continuerà a onorare il suo mandato.

E poi a festa finita, quando le luci della ribalta si saranno spente e i teatrini chiusi, verrà il momento di ricordare ai vincitori quello che Schopenhauer definiva diabolico: la felicità dell'asino è vederne un altro andare in malora.

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