Il "tesoro" di Rigopiano battuto all'asta. I parenti: "Un'infamia"

Nell'hotel morirono in 29. Champagne e vini battuti a 1.800 euro. La proprietà: tutto regolare

«Vini preziosi, birre, champagne direttamente dalle cantine dell'Hotel Rigopiano». L'annuncio dell'asta (se proprio un'asta era necessaria) doveva essere più rispettoso.

Il curatore del «Fallimento 70/2010 Del Rosso srl» ha mancato di sensibilità; idem per chi si è precipitato ad acquistare il «tesoro imbottigliato» custodito nella cantina dell'albergo di Farindola (Pescara), sul Gran sasso, dove il 18 gennaio 2017 una valanga travolse l'albergo uccidendo 29 persone.

Una tragedia dagli strascichi giudiziari inquietanti che hanno evidenziato una catena di clamorose responsabilità. Un dramma che si sarebbe potuto evitare, se le regole fossero state rispettate.

Al contrario, in quella maledetta notte, si fece scempio non solo delle norme, ma anche del semplice buonsenso. Nonostante le richieste di aiuto delle ore precedenti, l'albergo non fu evacuato e poche ore prima della tragedia l'amministratore inviò una mail alle autorità: «La situazione è davvero preoccupante». Parole ignorate. Uno scandalo a cui ieri si aggiunto un nuovo, piccolo, capitolo: quello dell'«asta macabra» (così l'ha definita l'avvocato dei parenti delle vittime) conclusasi con l'aggiudicare a 1.800 euro (si partiva da una base di 700 euro) dell'intero «lotto alcolico».

Netta la replica del curatore accusato di aver messo in vendita la «cantina della morte»: «Le cose non stanno in questi termini, Con l'autorizzazione del giudice ho proceduto all'asta, ma non c'è alcun collegamento tra i beni posti all'incanto e le vicende che riguardano la valanga che ha poi travolto l'albergo, così come non c'entrano le vittime. Ci troviamo dinanzi a commenti speculativi. Tra l'altro, nell'area che è sotto sequestro noi siamo entrati con autorizzazione della Procura della Repubblica e del gip insieme ai carabinieri. Il fallimento è estraneo alle vicende dell'albergo, perché di proprietà di terzi».

Un «chiarimento» che, lungi dal chiudere il caso, ha invece rilanciato la polemica. Anche perché l'offerta non riguardava solo bottiglie di pregio ma pure gli arredi dell'hotel: quadri, specchi, sculture, cornici, sculture, poltrone, tavoli, librerie e scrittoi; fino a merce decisamente meno «nobile» come un'autoclave, una sega da banco, varie caldaie, centinaia di sacchi di pellets e un gruppo elettrogeno del valore stimato di 6.000 euro. Tutti oggetti che si sono salvati da fango e detriti e che adesso, a quasi tre anni dal disastro, dovrebbero servire a pagare i debiti accumulati dalla proprietà del resort al centro di un'intricata disputa legale fra società contrapposte.

Comunque sia fa un certo effetto (i parenti delle vittime si sono detti «sgomenti») leggere l'estratto della perizia che accompagna la vendita dei lotti sul sito AsteGiudiziarie.it.

L'avvocato che tutela gli interessi delle vittime svela un retroscena che potrebbe essere utile ai fini processuali: «Nella vicenda emerge oggi un curatore fallimentare mai ascoltato nell'inchiesta penale, che potrebbe rivelare informazioni preziose sullo stato dei luoghi, sulle autorizzazioni e che mi riservo di convocare per una audizione in sede di indagini difensive».

L'inchiesta è stata chiusa dalla Procura di Pescara il 26 novembre 2018 stabilendo che «a causare la tragedia furono negligenza, imperizia e imprudenza, a tutti i livelli istituzionali». Venticinque gli indagati accusati, a vario titolo, di disastro colposo, lesioni plurime colpose, omicidio plurimo colposo, falso ideologico, abuso edilizio, omissione di atti d'ufficio, abuso di atti d'ufficio. L'inchiesta ha chiamato in causa Regione Abruzzo, Prefettura, Provincia di Pescara e Comune di Farindola.

Tutti hanno 29 morti sulla coscienza.

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