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La testimonianza choc dell'ex pm amico del guru

Poi il focus è passato alle modalità con cui venivano disposti gli affidi dei minori

La testimonianza choc dell'ex pm amico del guru
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Il magistrato che svela l'impunità della giustizia negli abusi sui minori del Forteto. È un'audizione choc quella che Antonio Di Matteo, ex magistrato del tribunale dei minori di Firenze dal 1993 al 1997 e oggi in quiescenza, ha reso ieri in videoconferenza davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sui fatti accaduti presso Il Forteto, la comunità agricola fondata dalla "guida spirituale" Rodolfo Fiesoli e dal suo braccio destro Luigi Goffredi, a cui, dalla fine degli anni '70 fino al 2012, sono stati affidati bambini tolti alle famiglie, che in quella comunità hanno subìto abusi e molestie sessuali. Magistrati che avrebbero ignorato le sentenze di condanna emesse nei confronti dei capi del Forteto, tra cui quella a 17 anni per Fiesoli, e che non sarebbero mai stati chiamati a rispondere dell'eventuale responsabilità al Csm. A confermarlo, nell'audizione in Commissione presieduta dal deputato di Fratelli d'Italia Francesco Michelotti, è stato appunto il pm Di Matteo, citato nella sentenza di condanna di Fiesoli come uno dei diversi magistrati amici del guru, nonché frequentatore della comunità. Di Matteo, infatti, ha tentato di difendere Il Forteto, arrivando addirittura a definire "divisiva" la sentenza definitiva del 1985 con la quale Fiesoli fu condannato. Insomma, non solo il togato ha delegittimato la pronuncia della Cassazione, ricordando che anche l'allora presidente del Tribunale dei minori Gian Paolo Meucci contestava la sentenza, ma anche in seguito alla condanna ha continuato a disporre gli affidamenti dei bimbi alla cooperativa. Incalzato sul punto, Di Matteo ha rincarato la dose, sottolineando che una sentenza definitiva "non è un fatto categorico". Poi il focus è passato alle modalità con cui venivano disposti gli affidi dei minori, sui quali già la precedente inchiesta aveva accertato una serie di criticità, visto che l'assegnazione non era destinata a coniugi o coppie, ma a singoli individui che vivevano nella cooperativa. E sui quali i magistrati non avrebbero mai effettuato alcun accertamento, come emerge dalle scioccanti ammissioni di Di Matteo. Alla domanda della pentastellata Stefania Ascari se ci fosse la prassi di acquisire i casellari giudiziali dei genitori affidatari, l'ex magistrato ha incredibilmente risposto che "non è richiesta, altrimenti non si farebbero affidamenti a molte persone".

Lui stesso non li avrebbe verificati nell'unico caso trattato all'epoca. E per la sua attività non è mai stato chiamato al Csm. Né è mai stato oggetto di procedimenti disciplinari per le sue frequentazioni al Forteto, documentate anche nelle testimonianze al processo del 2015.

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