E ora le toghe rosse se la prendono pure con il Pd. Al punto che nella chat del Fronte del No, dopo il fallimento del golpe ordito per rinviare il referendum e mantenere così il potere sulle imminenti nomine dei vertici delle procure più importanti d'Italia, volano gli stracci non solo contro il governo di Giorgia Meloni e i magistrati schierati per il Sì, ma la delusione viene riversata pure sui referenti politici, quella sinistra che avrebbe dovuto combattere per salvaguardare i privilegi della giurisdizione ma che non ce l'ha fatta. "E adesso con l'opposizione così debole la fanno da padroni", si sfoga un giudice nella chat WhatsApp, prendendo atto della forza dell'esecutivo in confronto al vuoto pneumatico del Pd. Che subito dopo il Consiglio dei ministri, durante il quale è stato aggiunto il quesito referendario ammesso dalla Cassazione e confermate le date del 22 e 23 marzo per il referendum sulla giustizia, ha cercato di sollevare il polverone contro il governo, parlando di "prepotenza istituzionale" senza minimamente considerare l'avallo, con la firma del decreto, del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Debora Serracchiani, la responsabile giustizia dem, è andata dritta contro l'esecutivo, accusandolo di "mancanza di rispetto per le istituzioni", di una gestione "tracotante" che rappresenta un'ulteriore ragione per votare No. Ma alle toghe rosse in chat, che sostenevano come bisognasse "insorgere contro le ingiustizie", evidentemente non è bastata la semplice propaganda politica. E la mancata incisività dell'appoggio del partito di Elly Schlein ha generato un senso di abbandono tale da scatenare la frustrazione anche verso quei colleghi che sostengono le ragioni del Sì alla separazione delle carriere, al restyling del Csm, con il sorteggio che metterà fine allo strapotere delle correnti, e all'Alta Corte. Alfredo Bonagura, il giudice della Corte d'Appello di Roma che aveva caldeggiato la raccolta firme alla base della pronuncia della Cassazione e che ha stilato un documento informativo sulle ragioni del No, si scaglia, definendolo "incommentabile", contro il presidente della prima sezione penale della Cassazione, Giacomo Rocchi, che nelle scorse settimane, proprio in un'intervista al Giornale, non solo ha annunciato che voterà Sì per tutelare del terzietà dei giudici, ma ha perfino ammesso di aver visto alti togati cedere ai voleri dei pm. Gli fa eco il collega Gaetano Negro, il quale, commentando le polemiche alimentate dalle toghe per il Sì e dall'Unione delle Camere Penali in merito alla presenza nel collegio di Cassazione (che ha ammesso il quesito) di alcuni esponenti apertamente schierati contro la riforma, scrive: "Secondo loro doveva decidere Giorgia (Meloni, ndr)". E proprio sul giudice della Suprema Corte Alfredo Guardiano, che insieme alla collega ex deputata del Pd Donatella Ferranti è finito nel polverone, è intervenuto fattivamente il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, denunciando come il giudice "si autocertifica imparziale dopo aver partecipato con altri togati ex parlamentari del Pd a opinabili decisioni sul referendum sulla giustizia. Guardiano dimentica le sue dichiarazioni in chat, denigratorie verso Forza Italia, verso Silvio Berlusconi e verso il centrodestra e le nostre proposte. Guardiano sì, ma delle sue idee di parte". Motivo per il quale Gasparri ha preparato un'interrogazione parlamentare in cui chiede "un'ispezione sull'operato di costui, che minaccia parlamentari, aggredisce il centrodestra e ci offende in modo grave e fazioso.
Con un Guardiano simile alla Cassazione le letture di parte trovano facile accesso". Una dichiarazione che non è per nulla piaciuta alle toghe rosse della chat del Fronte del No: "Nemmeno Berlusconi parlava come Gasparri".