Tria archivia la flat tax: Salvini lascia il summit e ora medita sulla crisi

Il ministro dell'Economia stoppa il leghista che raduna i suoi: «Non farò come Monti»

Tria archivia la flat tax: Salvini lascia il summit e ora medita sulla crisi

Furiosoè dir poco. Matteo Salvini è imbestialito, è nero, ha gli occhi di fuori quando alle 11 si alza dal tavolo e abbandona la sala riunioni di Palazzo Chigi. Giovanni Tria gli ha appena spiegato che la sua flat tax è «impraticabile», che non ci sono le coperture, che sarà un problema anche trovare i soldi per evitare la procedura d'infrazione da parte della Ue, figuriamoci se in questo quadro si possono tirare fuori 12-15 miliardi per finanziare la riforma fiscale. Non c'è trippa per gatti.

Il vicepremier non la prende bene, lascia il vertice economico a metà e va a sfogarsi in diretta Facebook sul tetto del Viminale. «Ho altri impegni» dice salutando, poi lo ritroviamo sotto il cielo di Roma mentre si vendica attaccando i gabbiani in picchiata sulla sua camicia bianca e la Raggi. «Sono dei mostri, mi stanno assalendo. Non se ne può più dell'immondizia che non viene raccolta».

Onde alte dunque a Palazzo Chigi. Alle 9 del mattino attorno al tavolo della sala riunioni siede lo stato maggiore del governo. Conte e Tria in mezzo, i grillini Di Maio, Fraccaro e Castelli da una parte, i leghisti Salvini, Giorgetti e Garavaglia dall'altra. In seconda fila, i tecnici di via XX Settembre. Il problema da risolvere è enorme, far quadrare i conti pubblici con le leggi di spesa proposte dai partiti della maggioranza: e il dieci luglio, se nel frattempo la situazione non cambia, arriva la bastonata europea. Tria spiega che serve subito un provvedimento che «assicuri un extra gettito» altrimenti una manovra di correzione «sarà inevitabile». Meglio concedere qualcosa adesso, sostiene il ministro, che pagare di più dopo. Senza contare i rischi sui titoli di Stato, sui mercati e sullo spread.

I conti sono presto fatti. Si parte con un meno 23 miliardi, quelli necessari per non far scattare le clausole di salvaguardia ed evitare che aumenti l'Iva, poi ce ne sono due o tre di spese indifferibili: aggiungere alla lista la flat tax farebbe schizzare la manovra a 40 miliardi. «Se vogliamo toccare le aliquote fiscali - avverte Tria - dobbiamo trovare le coperture. Non possiamo finanziare la riforma in deficit».

Fino a ieri la linea della maggioranza era quella di spostare in avanti il problema, con un unico intervento nella legge di bilancio di fine anno, preannunciando alcune misure nel Def di settembre. Ora non si può più fare, secondo il ministero dell'Economia, rischiamo di schiantarci prima.

Peccato che le tante idee alternative, le simulazioni previste dal Mef, cozzino con i progetti di Lega e Cinque stelle, con la ragione sociale della coalizione gialloverde. Aumento dell'Iva, rincari delle accise, tagli al reddito di cittadinanza e a quota cento sono infatti indigeribili per il governo del cambiamento. «Se pensate che mi presti ad operazioni alla Monti sbagliate di grosso - sbotta il ministro dell'Interno - Siamo stati eletti per abbassare le tasse. All'indebitamento di oggi ci hanno portato le politiche di austerità».

Il vertice si conclude a mezzogiorno con un nulla di fatto, anche se fonti leghiste parlano di «riunione positiva», di «rilancio» e di «tavoli che partiranno». I grillini stanno con Salvini, ma non vogliono rompere con Bruxelles. «Ha vinto le elezioni? Sbrogli lui la matassa». E ancora più defilati Tria e i suoi tecnici. «Di Maio e Salvini hanno giocato - commentano lasciando la riunione - però adesso è arrivato il conto da pagare». Una gatta da pelare non da poco. Ecco perché Salvini, a pomeriggio inoltrato, raduna i suoi ministri: «Sul tavolo tutti i dossier». Anche l'ipotesi di staccare la spina?

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