Trivulzio, chi chiederà scusa per la crociata anti Lombardia?

I pm di Milano chiedono l'archiviazione per la Baggina. I giornali, che crearono la campagna di stampa, ignorano la notizia

Trivulzio, chi chiederà scusa per la crociata anti Lombardia?

La Repubblica di ieri: nessun richiamo al Pio Albergo Trivulzio in prima pagina. Solo un pezzetto diversi sfogli dopo, pagina 30 di un quotidiano monopolizzato dalle elezioni. Il Fatto Quotidiano, edizione di martedì: stesso trattamento. Della "strage dei nonni" si parla solo in un boxino minuscolo a pagina 17, taglio basso. Corriere della Sera, quotidiano milanese, che dedicò titoloni al caso, fa ancora peggio: pagina 20, brevina introvabile. Che la procura di Milano abbia chiesto l'archiviazione per i vertici della storica Baggina non interessa granché ai giornali di sinistra. Eppure furono loro a tirare fuori lo scandalo, a cavalcare l'onda della strage alla Baggina, a crocifiggere i vertici di Regione Lombardia, il governatore Fontana e tutto il sistema. Una campagna mediatica battente, fatta di aperture, inchieste, pezzi straziati di Gad Lerner e via dicendo. E oggi? Oggi silenzio, quando forse bisognerebbe chiedere scusa alla Lombardia per il fango prodotto.

L'archiviazione dimostra che la lettura data della prima ondata del Clovid fu ideologizzata. Un modo per colpire l'eccellenza lombarda. Gli anziani morivano in tutta Italia? I media si sono occupati solo (o quasi) della Baggina. Ma, al netto di chi lo faceva in modo strumentale per attaccare il Pirellone, appariva sin dall'inizio chiaro a tutti che non c'erano colpe giuridiche da imputare ai responsabili della struttura. Già nel Libro Nero del Coronavirus (Historica Edizioni, acquista qui), scritto durante il primo lockdown e dato alle stampe nell'estate 2020, veniva messa in evidenza questa palese manipolazione mediatica.

Ne riportiamo qui un ampio stralcio:

"A molti, in quelle ore, appare evidente che se il virus dovesse entrare in una Rsa l’effetto non potrebbe essere altro che una strage annunciata. Eppure nelle prime battute, con le telecamere concentrate sugli ospedali al collasso, l’attenzione mediatica sembra quasi dimenticarsi di quelle realtà. Qualche articolo a marzo, servizi televisivi ad inizio aprile sul caso di Mediglia (dove si registrano 62 morti per Covid su 152 ospiti). Finché un giorno, ma siamo ormai al 4 aprile, non esplode il «caso Trivulzio» della nota casa di cura milanese. La campagna giornalistica di Repubblica sulla storica Baggina ha il demerito di focalizzare l’attenzione su una struttura, quando a soffrire è l’intero sistema delle Rsa in Italia. Per oltre 30 giorni tanti anziani soli muoiono a ripetizione finendo nel calderone delle vittime. Ovunque le residenze lamentano le stesse mancanze: poche direttive ricevute, mancanza di Dpi, difficoltà a gestire gli infetti all’interno delle strutture, operatori ammalati che trasmettono il virus. A Cremona, nella Bergamasca, a Milano. Ma anche Piacenza, Roma, Firenze, Torino. Ovunque le storie si ripetono come fossero copiate con la carta carbone. Di chi è la colpa? Delle direzioni amministrative? Dei dirigenti che non hanno comprato mascherine? Di chi non le fa indossare per «evitare di spaventare gli anziani»? Delle Asl? Di chi non dispone tamponi a tappeto?

Sulle inchieste aperte dalle magistrature si potrebbe scrivere un altro, intero, libro. Ogni storia è un drammatico romanzo a sé. Si è parlato così tanto del Pio Albergo Trivulzio perché è diventato il simbolo di questa strage, ma anche il chiavistello per provare a crocifiggere il sistema lombardo, mentre anche altrove gli anziani morivano agli stessi, funerei ritmi. Avete presente lo «scandalo» dei pazienti Covid che, stando alle accuse lanciate da molti giornali, sarebbero stati «inviati» da Regione Lombardia nelle Rsa diffondendo all’interno il contagio? Bene. Intanto la Commissione di verifica ha certificato che il virus è arrivato al Pat a fine febbraio, ipotesi «incompatibile rispetto a quella di un innesco partito da pazienti trasferiti durante l’emergenza Covid-19». E poi sappiate che in realtà la tanto discussa delibera dell’8 marzo imponeva, alle Rsa disponibili ad accogliere persone infette, di trovare «strutture autonome dal punto di vista strutturale (padiglione separato dagli altri o struttura fisicamente indipendente) e dal punto di vista organizzativo». Non tutte, quindi. Nessun «cerino in un pagliaio». Lo dimostra il fatto che le Rsa incapaci di garantire i requisiti richiesti non hanno ospitato alcun infetto, come la «Gerosa Brichetto» di via Mecenate a Milano. Ne ha accolti invece la struttura di Cremona Solidale, nella città guidata dal centrosinistra, il cui sindaco ha prima criticato la gestione lombarda delle Rsa e per s’è ritrovato in pancia un’azienda che ha seguito alla lettera la tanto criticata direttiva di Gallera&Co.

E poi tenete a mente che le stesse problematiche sono state vissute anche altrove. Un esempio su tutti: nella regione simbolo del Pd, l’Emilia Romagna, la morte ha viaggiato sugli stessi identici binari della Lombardia. Le mascherine vietate per non spaventare i pazienti? È successo anche qui. La scarsità di dispositivi di protezione? Pure. Gli operatori mai sottoposti a tampone? Stessa storia. E anche nella terra di Stefano Bonaccini alcune strutture hanno accolto pazienti positivi al Sars-CoV-2 nonostante possa sembrare un po’ come inviare Dracula in un centro Avis56. L’indagine dei pm lombardi e le denunce dei parenti delle vittime della Baggina hanno trovato ampio spazio nella cronaca nazionale, per cui non staremo qui a ripercorrerne le tappe. Perché se lo facessimo per il Trivulzio, dovremmo affrontare anche la strage nelle Rsa emiliane (solo a Bologna sono stati aperti almeno 20 diversi fascicoli di indagine dalla procura); oppure dovremmo parlare delle lacune nelle strutture in Toscana, dove gli operatori denunciano di essere stati lasciati al fianco degli anziani senza protezioni adeguate; o ancora delle polemiche sorte a Civitavecchia, nel Lazio di Zingaretti, dove i familiari dei residenti hanno presentato un esposto per far luce su come il virus abbia falcidiato i loro cari. Da Nord a Sud le inchieste aperte dalle procure sono innumerevoli, sarebbe sciocco soffermarsi solo su alcune. «Mio papà è entrato sulle sue gambe ed è uscito in barella», ha detto Sonia parlando dell’esperienza vissuta alla Madonna del Rosario di Civitavecchia60. Il suo pianto è simbolico, perché può essere usato per riassumere il dramma che ha infettato l’intera Penisola. E non solo Regione Lombardia".

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