"Le mie vacanze natalizie sono già finite dopo quattro giorni in montagna. Non ho neppure sciato. E che code in auto...". Ignazio La Russa, presidente del Senato, parla al Giornale mentre sta rientrando a Milano. Indossa un comodo pullover. È rimasto impressionato dal discorso di fine anno di Mattarella, mentre segue con apprensione la tragedia di Crans Montana. E subito affronta il tema della pace, che gli sta molto a cuore: "È importante quello che sta facendo il governo. Giorgia Meloni non gioca a seguire l'onda emotiva di Gaza, anzi ha condannato gli eccessi di Israele, mentre difende fino in fondo il diritto di esistere dello Stato ebraico. Fa ponte con Trump per la difesa dell'atlantismo senza deflettere sugli aiuti all'Ucraina. Merita davvero i complimenti".
Presidente La Russa, il capo dello Stato ha celebrato gli 80 anni della Costituzione italiana. Lei quest'anno ne compie 79, siete praticamente coscritti. Come inserisce la sua storia personale e politica dal dopoguerra a oggi?
"Ho telefonato al presidente e gli ho detto che il suo messaggio agli italiani è quello che mi è piaciuto di più tra quelli precedenti. È stato un affresco della storia repubblicana con le luci ma anche con i richiami ai giovani morti per motivi ideologici e con l'appello finale di speranza alle nuove generazioni. Io sono coetaneo della Repubblica, come lo sono della destra politica italiana nata alla fine del 1946 di cui ho legittimamente ricordato la ricorrenza. E oggi mi riservo il diritto di vedere il passato con occhi miei. E oggi, senza necessità di accomodarmi a qualsiasi ricostruzione storica, dico che sarei pronto a difendere con la vita i valori di libertà espressi dalla prima parte della Costituzione".
Come sono i suoi rapporti con il presidente Mattarella in qualità di presidente del Senato: istituzionali o c'è anche spazio per consigli e confidenze?
"Direi bugie se dicessi che esiste un rapporto di quotidianità. Le nostre relazioni sono amichevoli e affondano nel periodo in cui eravamo entrambi parlamentari. Nelle fasi di stesura dei sistemi elettorali Tatarellum e Mattarella, siamo andati più volte a cena insieme anche con Tatarella. Il rapporto è sostanzialmente formale, ma quando ci incontriamo è molto amichevole".
È difficile vivere da seconda carica dello Stato per un arci italiano esuberante come lei che ama battute fuori programma e ostentare la sua fede calcistica per l'Inter?
"Se io fossi stato di sinistra, avrebbero tutti detto: che bello un presidente del Senato così al di fuori della formalità. Forse hanno inteso che avessi l'ambizione di fare il presidente della Repubblica e si sono spaventati, ma io questo obiettivo non l'ho mai avuto. Provano a delegittimarmi con la storia che faccio dichiarazioni non da super partes. Il grande Marcello Pera, che stimo tantissimo, da presidente del Senato aveva un aplomb super partes anche perché non aveva un passato partitico/politico. E gli altri? Pietro Grasso ha addirittura fondato un partito, così come Fini e Casini quando erano presidenti della Camera. E, nel passato, Fanfani da presidente convocava addirittura la sua corrente della Dc a Palazzo Giustiniani. È tipico della sinistra il ricorso alla delegittimazione personale. Io sono super partes nell'esercizio delle mie funzioni, tento di riuscirci sempre, tanto che il mio rapporto con i capigruppo al Senato è ottimo. Semmai ho la necessità di ascoltare di più le ragioni dell'opposizione che è numericamente inferiore. Ma non si può confondere il ruolo del presidente della Repubblica con quello del presidente del Senato".
Sotto quale aspetto?
"Il presidente del Senato non ha l'obbligo di essere super partes, tranne nei casi in cui è chiamato a supplire il capo dello Stato o è nell'esercizio delle sue specifiche funzioni. È il regolamento di Palazzo Madama che impone al presidente del Senato di essere iscritto a un gruppo. E io sono iscritto al gruppo di Fdi. Queste accuse di faziosità non le contrasto neanche più. Cercate le mie dichiarazioni, non ne troverete una che delegittima l'avversario. Io posso contrastare le idee ma non le persone. La storia della destra nasce dall'avvertita volontà di superare la mancanza di possibilità di libero confronto nel ventennio. Noi non abbiamo mai impedito di parlare nelle università a uno di sinistra. Né abbiamo mai disturbato manifestazioni altrui. Eppure cercano sempre di delegittimare chi non è delegittimabile, come tentano con Giorgia Meloni. Chi non riescono a battere alle urne diventa automaticamente un nemico".
Primo scenario 2026. Il referendum per la separazione delle carriere dei magistrati. In ogni caso che cosa cambierà per l'Italia?
"Nei processi cambierà in qualche modo il rapporto tra accusa e difesa, cambierà di più il sistema delle correnti nella magistratura ma in ogni caso per il governo non cambierà nulla come non cambierà per l'opposizione: nessuno dice che in caso di sconfitta al referendum dovessero dimettersi Conte e Schlein. Tutti gli atti politici comportano conseguenze, ma non così drastiche".
Secondo scenario 2026. Legge elettorale e premierato in preparazione. Come muterà il quadro politico?
"C'è una contraddizione tra una sinistra che non vuole il premierato ma crede di poter vincere alle urne. Dicono che la Meloni vuole la riforma per avere pieni poteri. Come se la Meloni per governare avesse bisogno del premierato: sta già governando benissimo senza. Il premierato nasce dalla volontà di fare qualcosa per la Nazione, un atto d'amore per l'Italia del futuro. La democrazia diretta con tutte probabilità offre maggiore garanzie di stabilità dell'attuale sistema basato sul parlamentarismo".
Terzo scenario 2026. La campagna elettorale per le politiche 2027. Praticamente comincia domani mattina.
"Io sento parlare di campagna elettorale da bambino. A cinque anni andavo già a scuola in Sicilia e ricordo la campagna del 1953 che portò mio padre alla Camera. È il momento più bello dell'attività politica spiegare le tue ragioni agli elettori".
Giorgia Meloni. Ricorda un episodio o un evento che di fatto ha trasformato una giovane dirigente nel suo leader politico?
"Ho subito preconizzato che sarebbe stata una leader e lo è diventata senza bisogno di nessuno. Quando nel 2019 il governo gialloverde ventilò che diventasse ministro degli Esteri io vacillai perché era un incarico importante. Ma ancora prima che l'offerta venisse formalizzata, lei rifiutò subito. E ci disse che per noi di Fdi sarebbe stato un momento di crescita stare fuori da quel pastrocchio. Ha sempre avuto la capacità di azzeccare le scelte, questa è la differenza tra un ottimo politico e un grande leader".
Sappiamo meno invece del suo rapporto politico con Arianna Meloni, responsabile della segreteria Fdi. Che cosa può raccontarci di inedito?
"Pranziamo insieme almeno tre volte al mese, abbiamo anche trascorso vacanze insieme, alla faccia di certe insinuazione di alcuni siti di gossip sulla presunta freddezza dei nostri rapporti.
Il legame non è mai stato così forte, proprio perché ci frequentiamo in amicizia e non per necessità come avveniva prima quando dovevamo costruire il partito insieme anche con Lollobrigida e Donzelli. Ormai in privato vedo più lei di Giorgia...".