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Un tunisino dà fuoco al Cpr e minaccia i poliziotti. Ma il giudice lo libera subito

Cpr in fiamme a Torino, ma per il tribunale non è incendio: tra cavilli giuridici e scontro post-referendum, torna il nodo di un garantismo che divide e mette in discussione gestione e sicurezza delle strutture per migranti

Un tunisino dà fuoco al Cpr e minaccia i poliziotti. Ma il giudice lo libera subito
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Archiviato il "No" alla separazione delle carriere e alla riforma del Csm, le toghe sembrano aver ritrovato un'ampia libertà interpretativa che, in alcuni casi, finisce per scontrarsi con il senso di giustizia e di uguaglianza davanti alla legge. Il caso delle fiamme divampate nel Cpr di Torino ne è un esempio emblematico. Una settimana fa, nel centro di corso Brunelleschi è scoppiata una rivolta che ha portato all'arresto di 4 stranieri (tunisini ed egiziani) lì ristretti. Stando alla ricostruzione della polizia, un tunisino di 40 anni si sarebbe messo d'accordo con altri tre soggetti dopo aver saputo che il lasciapassare per il suo rientro in Tunisia non era ancora arrivato. "Adesso do fuoco a tutto", avrebbe detto prima che le fiamme riempissero il bagno della struttura, sprigionando una nube di fumo che "ha invaso l'intera area mettendo in pericolo l'incolumità di tutti gli operatori", mentre i quattro si allontanavano dalla stanza.

L'intervento tempestivo, anche dei vigili del fuoco, ha scongiurato danni gravi ma un operatore, nel tentativo di intervenire, è stato colpito da una bottiglia e da una manata da due del gruppo, finendo in ospedale. Le contestazioni del pm sono state formalizzate per: incendio, lesioni aggravate e minacce, perché uno dei quattro, come riferito da La Stampa, avrebbe detto a un ispettore "lasciami stare, so dove abiti". Tuttavia, per il Tribunale di Torino, non c'è un "incendio", ma un "danneggiamento seguito da incendio". È una sottigliezza semantica, che fa da spartiacque tra un arresto e la liberazione. "Ero nervoso per il lasciapassare", "Sono qui da 16 anni". Ha dichiarato, tra le altre cose, uno dei quattro arrestati. Anche nel post-referendum si conferma l'esistenza di una sorta di garantismo a senso unico, perché nel decretare la liberazione, il giudice ha spiegato che la versione della polizia, secondo la quale è stata organizzata una rivolta, "è superata alla luce delle loro dichiarazioni". E non ci sarebbe stato "un evento volontariamente posto in essere" e nemmeno "una combustione non di lievi proporzioni", quindi nulla che giustificasse la reclusione. Secondo i giudici, la parola di chi va alla sbarra vale più di quella degli agenti.

In questo scenario post-referendario si è tornati allo scontro tra toghe e governo sui temi dell'immigrazione: il rischio è che il rigore necessario per gestire strutture delicate come i Cpr venga sacrificato sull'altare di un garantismo che appare, a tratti, quasi ideologico.

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