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Ucraina, il rebus infinito. Zelensky chiama Trump

"Nuovi colloqui tra leader". Scontro Orbán-Ue. È tensione sui fondi a Kiev. Usa astenuti all'Onu

Ucraina, il rebus infinito. Zelensky chiama Trump
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Una telefonata può allungare la vita. In questo caso, a Kiev si spera che la mezz'ora di colloquio tra Zelensky e Trump riesca almeno ad accorciare l'agonia dell'Ucraina. Trenta minuti che hanno messo a fuoco, per stessa ammissione del leader di Kiev, i punti negoziali destinati a essere discussi oggi a Ginevra, dove si incontreranno Umerov e gli inviati Usa Witkoff e Kushner. Sul tavolo il cosiddetto "pacchetto di prosperità", l'architettura economica che dovrebbe sostenere la ricostruzione post-bellica. Non solo investimenti e garanzie finanziarie, ma anche l'ipotesi di un nuovo formato trilaterale con la Russia da avviare all'inizio di marzo: un tentativo di riportare Mosca dentro uno schema negoziale strutturato, dopo mesi di schermaglie inconcludenti.

Zelensky, forte del confronto con Trump, tiene la linea: negoziare è necessario, ma non a qualsiasi costo. La linea rossa resta il Donbass. Il Cremlino ne pretende l'annessione, Kiev respinge ogni ipotesi di cessione territoriale. È il nodo che ha paralizzato i precedenti tentativi di intesa e che continua a pesare come un macigno sulla prospettiva di un accordo, anche dopo la telefonata tra i leader. Trump rivendica di aver "risolto otto guerre" e di lavorare alla nona. Il tycoon ostenta fiducia, ma l'ottimismo della Casa Bianca si scontra con una realtà geopolitica rigida: né Kiev né Mosca sembrano pronte a concessioni territoriali. E mentre a Washington si parla di finestre di opportunità, a Mosca il linguaggio si fa più tagliente. Il portavoce del Cremlino Peskov, invita Francia e Regno Unito a evitare il trasferimento di capacità nucleari a Kiev e alza l'asticella sulle condizioni di un vertice: "Ci sarà solo per firmare un accordo". Poi l'affondo, con tono ambiguo: se Zelensky vuole venire a Mosca, "l'invito è sempre valido". Un messaggio che sa di pressione diplomatica e propaganda insieme.

Sul fronte europeo Costa e von der Leyen confermano che il prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 sarà erogato a Kiev "in un modo o nell'altro". Un sostegno destinato a garantire stabilità macroeconomica e copertura delle spese militari, mentre l'unità dei Ventisette è messa alla prova. A incrinarla è il doppio veto dell'Ungheria. Orban chiede il ripristino delle forniture di petrolio russo attraverso l'oleodotto Druzhba, accusando Bruxelles e Zelensky di aver stretto "un patto per continuare la guerra". Berlino e la Commissione parlano di "linea rossa", mentre tra le capitali cresce l'insofferenza. Kiev ha già fatto sapere che "gli ultimatum sono inaccettabili". Bruxelles studia soluzioni giuridiche alternative e ricorda che il fabbisogno di Ungheria e Slovacchia può essere coperto da rotte energetiche dalla Croazia. I sostegni, dunque, sono concreti, compreso il decreto diventato legge in Italia dopo il voto di fiducia al Senato.

Meno immediata è la prospettiva dell'ingresso dell'Ucraina nell'Ue.

Bruxelles riconosce il merito politico di un Paese sotto assedio, ma sullo sfondo pesa il nodo della corruzione: nelle ultime ore sono stati arrestati per appropriazione indebita il comandante logistico dell'Aeronautica e il capo degli 007 di Zhytomyr.

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