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Ungheria, il giorno della verità. Orbán prova ad arginare Magyar

Il premier potrebbe perdere la guida del Paese dopo 16 anni contro l'ex Fidesz e gioca le ultime carte: "Restiamo grandi, non consegniamo i nostri figli a Kiev"

Ungheria, il giorno della verità. Orbán prova ad arginare Magyar
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Nella notte a Budapest non si conteranno soltanto voti, si misurerà la tenuta di un sistema politico e, forse, l'inizio di una sua trasformazione. Il tutto sull'equilibrio tra la continuità di Viktor Orbán e la promessa di rottura di Peter Magyar. L'Ungheria entra nelle sue ore più dense e politicamente cariche degli ultimi anni. Oggi 8.114.688 cittadini sono chiamati alle urne per rinnovare i 199 seggi dell'Assemblea nazionale: 106 assegnati nei collegi uninominali, 93 tramite liste nazionali e delle minoranze, con una soglia di sbarramento fissata al 5%. Le urne resteranno aperte dalle 6 alle 19, poi si aprirà la lunga notte dello spoglio, tra exit poll e risultati ufficiali attesi nelle ore successive. L'affluenza, già al 70% nel 2022, potrebbe superare ulteriormente quel livello, segnale di una partecipazione percepita come decisiva.

La vigilia è stata dominata da un duello politico sempre più polarizzato. Da un lato il premier uscente Orbán, dall'altro Magyar, ex figura interna a Fidesz e oggi leader dell'opposizione, alla guida del movimento Tisza. Orbán ha chiuso la campagna con toni di mobilitazione identitaria e di continuità politica. Da Budapest, ha rilanciato il suo messaggio agli elettori: scegliere sicurezza, continuità e orgoglio nazionale. "Diventeremo grandi ancora. Proteggiamo la nostra pace, non consegneremo i nostri figli all'Ucraina", ha urlato nel cuore della capitale, tra la piazza della Santissima Trinità e il Castello di Buda, in una cornice simbolica che unisce potere politico e identità storica. Sul piano internazionale, ha insistito anche sull'asse con Washington, ringraziando Trump per il sostegno politico. "L'America è al nostro fianco".

Magyar ha scelto una campagna capillare e fisicamente estenuante: villaggio dopo villaggio, con chiusura a Debrecen, tradizionale roccaforte del potere di Fidesz, ma oggi considerata contendibile. Il leader dell'opposizione ha insistito sul registro del cambiamento e della mobilitazione civica: "Il fiume Tisza deve scorrere in tutto il Paese e faremo la storia insieme. Il cambiamento non è una vergogna, e il nostro posto è in Europa. Sostituire Orbán sarà solo il primo passo verso la democrazia". I sondaggi lo indicano in vantaggio, ma la traduzione di quel consenso in seggi resta l'incognita decisiva della notte elettorale.

Il quadro istituzionale aggiunge ulteriore tensione. Il presidente della Repubblica Tamas Sulyok convocherà il nuovo Parlamento entro un mese e indicherà il prossimo primo ministro, eletto poi a maggioranza semplice. In caso di stallo, lo stesso presidente potrà proporre nuovi nomi o sciogliere le Camere. Un ruolo formalmente neutrale, ma politicamente osservato con attenzione: Sulyok è vicino all'area di governo, elemento che l'opposizione giudica rilevante negli equilibri post-voto.

Gli scenari sono molteplici e tutti aperti. Una maggioranza dei due terzi per Fidesz consoliderebbe il sistema costruito da Orbán. Una vittoria di misura garantirebbe continuità ma sotto crescente pressione politica ed economica.

Un successo di Magyar aprirebbe invece la fase del cambiamento, ma senza certezze sulla governabilità, mentre eventuali maggioranze fragili o stalli parlamentari potrebbero trascinare il Paese in settimane di trattative. In uno scenario senza un vincitore chiaro, potrebbe pesare il risultato della destra radicale Movimento Nostra Patria, potenziale ago della bilancia nella formazione di una maggioranza.

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