I testimonial del "Sì" al referendum sulla giustizia finiscono sul "registro degli infangati" aperto dalla redazione unica dei soliti giornali ciclostile delle Procure. I miasmi dell'inchiesta Hydra e i presunti rapporti tra Fratelli d'Italia a Milano e il superpentito Gioacchino Amico, considerato il referente del clan di camorra romano dei Senese in Lombardia sporcano altri politici di centrodestra. Di buon mattino se ne accorge Giorgio Mulè, giornalista di razza prestato a Forza Italia finito suo malgrado nel tritacarne del Fatto e accostato a Amico: "In un'intercettazione risalente al 1 marzo 2021 un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a sottosegretario alla Difesa avrebbe detto a un suo interlocutore di conoscermi e di aver parlato con me. Il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante", si lamenta l'esponente azzurro.
L'altro politico a essere bersaglio di illazioni è il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni della Lega, invitato a "chiarire i suoi rapporti" in commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama dal Pd Marco Meloni. "Non ne ho mai avuti, di rapporti", è stata la replica del leghista, ma il dem si è messo a fare la vittima: "Mi sono limitato a porre una domanda e sono stato oggetto di insulti irriferibili, contumelie e minacce di tirarmi addosso un fascicolo di emendamenti", racconta il senatore sardo, che in realtà avrebbe lanciato un'accusa infamante ("il governo va a braccetto coi mafiosi"), come ha ricostruito il presidente della commissione Alberto Balboni (FdI) in difesa di Molteni, a cui sono arrivate le parole di solidarietà del titolare del Viminale Matteo Piantedosi: "È vittima di affermazioni infondate e denigratorie, ho il privilegio di lavorare ogni giorno al suo fianco: rigore, senso dello Stato e rispetto delle istituzioni sono le caratteristiche di un politico di assoluta integrità", dice in serata il ministro, convinto che questi "attacchi pretestuosi non potranno mai scalfire chi ha dimostrato, con i fatti e con il lavoro quotidiano, un impegno costante contro ogni forma di criminalità".
Dalle 1.500 e rotte pagine di Hydra riaffiora persino una cena del 20 maggio 2020 in un ristorante di Milano a cui avrebbero preso parte - tra gli altri - il pentito Amico e le parlamentari Fdi Carmela Bucalo e Paola Frassinetti (mai indagate), che con il presunto mafioso avrebbero intrecciato "contatti telefonici e incontri funzionali a una collaborazione", come il finanziamento di 400/500mila euro per la ristrutturazione di un edificio da adibire ad hotel sull'isola di Salina, in Sicilia.
Ma ad accendere l'attenzione degli inquirenti è la foto del selfie tra il premier Giorgia Meloni e Amico, scattata nel febbraio del 2019 in un evento politico. Secondo fonti vicine agli inquirenti questa immagine lanciata dalla trasmissione Report di Sigfrido Ranucci potrebbe essere un fotomontaggio. "Dobbiamo verificare", dice il procuratore capo di Milano Marcello Viola al Giornale in mattinata. "Devo avere l'originale per capirlo dai metadati, così è impossibile capirlo", ci dice un esperto di intelligenza artificiale, che a prima vista nota una possibile distorsione della mano del premier, tipica dei software che generano immagini artificiali partendo da foto reali. L'immagine pescata dalla pagina Facebook della trasmissione di Raitre che domenica riparte è stata "passata" sotto tre diversi motori di ricerca come Is this Ai ma i risultati convergono: al 90% è un'immagine human generated, ma l'ultima parola spetta agli inquirenti milanesi.
Certo, fa riflettere che in tre anni di lavoro - tanto è durata l'inchiesta Hydra
condotta dai carabinieri - l'immagine di uno dei personaggi chiave del presunto sodalizio a tre teste mafia-camorra-ndrangheta immortalato a fianco di una sorridente Meloni sia sfuggita al setaccio digitale degli investigatori.