
Oggi, i pro Pal si sono dati appuntamento alle 17 al Lido di Venezia, molo di Santa Maria Elisabetta: da lì parte il corteo diretto alla Mostra del Cinema.
Lo slogan è "Stop al genocidio Palestina libera". L'iniziativa viene presentata come pacifica e ha un obiettivo preciso: costringere la Biennale a prendere (ancora) posizione e lasciare spazio sul tappeto rosso ad artisti palestinesi. Difficile possa accadere: il corteo può avvicinarsi ai luoghi della Mostra ma non ne ha accesso diretto, come spiegano in prefettura. La conferenza stampa di presentazione, il 26 agosto, ha visto la partecipazione di circa venti persone con uno striscione davanti al red carpet.
Siamo dunque a un nuovo capitolo del tentativo di strumentalizzare la Mostra del cinema. Il corteo arriva dopo le due lettere del collettivo Venice4Palestine (V4P), che tanto hanno fatto discutere (e non è ancora finita, come vedremo). Il gruppo V4P partecipa al corteo ma i promotori in questo caso sono i centro sociali del Nord Est. Aderiscono decine di sigle dalle sezioni dell'Anpi a una miriade di associazioni di estrema sinistra che vorrebbero dialogare. Con Hamas, però. Preoccupa un rapporto di poche settimane fa, intitolato Hamas in Europe. Pubblicato dall'organizzazione non governativa Elnet (presieduta in Italia da Roberta Anati e in Israele da Emmanuel Navon), notava la contiguità di certe associazioni con Hamas. Speriamo non si presentino. Ci sono poi i sindacati, Emergency, Amnesty, Mediterranea e Assopace. Gli organizzatori fissano l'asticella a tremila partecipanti, sotto sarebbe un insuccesso per gli organizzatori.
Aderisce innanzi tutto Venice4Palestine ovvero il collettivo Di fatto, però, la sigla V4P resta quella più visibile, il marchio più spendibile con i media visto che la prima lettera alla Biennale è stata firmata da numerose stelle del cinema italiano e non solo. Basta qualche nome: Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Ken Loach, Toni Servillo e tanti altri. Una seconda lettera, in cui si chiedeva di escludere dalla Mostra l'attrice israeliana Gal Gadot ha incrinato la strategia comunicativa. Carlo Verdone, firmatario del primo appello, ha detto di non condividere il secondo e di essere stato ingannato. Paolo Sorrentino ha aggirato il problema dell'adesione facendo l'elogio del dubbio e Laszlo Nemes, premio Oscar, ha fatto sapere che manipolare il pubblico non è il suo mestiere.
Ma chi c'è dietro la sigla V4P. In teoria tutti e nessuno: è un comitato anonimo che parla soltanto attraverso un efficace ufficio stampa. I nomi però girano e sono quelli di cinque attivisti che lavorano nel mondo del cinema. Tuttavia non esistono fondatori pubblici, portavoce dichiarati o redattori ufficiali. La linea è precisa: rifiuto della leadership, nascita dal basso, prospettiva democraticamente "orizzontale". La retorica del movimento dal basso però crolla davanti alla necessità di lanciare l'appello iniziale con l'aiuto dei vip. Senza sostenitori celebri, l'appello non avrebbe avuto eco; con loro, invece, la pressione sulla Biennale è diventata immediatamente concreta.
Il logo (nella foto) stesso è parte del messaggio. La scritta Venice for Palestine campeggia accanto a una macchia rossa stilizzata. Alcuni la leggono come una cartina della regione, "dal Giordano al Mediterraneo". Lo slogan di Hamas e di coloro che vogliono cancellare Israele è proprio "from the river to the sea". La Palestina deve estendersi dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, e addio Stato d'Israele. Comunque sia, è un logo dal forte impatto. In questo senso, l'immagine incarna bene l'ambivalenza del gruppo: la voce collettiva, "rassicurante" e inclusiva si sere di linguaggio visivo aggressiva e polarizzante.
La sensazione è che alla fine di questa brutta vicenda ci attenda un paradosso: parleranno tutti tranne gli israeliani. E dire che di cose da spiegare ne avrebbero a bizzeffe.
Eppure sono gli unici a non aver pronunciato una sillaba, né in cerimonie ufficiali né in manifestazioni ufficiose. È il dialogo ai tempi del politicamente corretto: un dibattito al quale partecipano solo persone che la pensano allo stesso modo.