"Venezuela al crepuscolo siamo come morti viventi. Qui resta solo la violenza"

L'autrice di Notte a Caracas: niente cibo, soldi, farmaci. La vita quotidiana è diventata brutale

"Venezuela al crepuscolo siamo come morti viventi. Qui resta solo la violenza"

«Non è importante che tu sia caraqueno, capirai»: è questo lo spirito che la giornalista e scrittrice Karina Sainz Borgo - nata a Caracas nel 1982 vive da 12 anni in Spagna - ha messo nel suo debutto Notte a Caracas (trad. di Federica Niola, Einaudi, pagg. 200, euro 17), che ha presentato ieri al Salone del Libro di Torino. Un resoconto letterario della vita quotidiana in un Venezuela dilaniato da corruzione e repressione di regime e consolato da una stregoneria diventata religione nazionale («Un Paese senza denti che sgozzava le galline»), il resoconto di memoria e morte di una generazione troncata dal regime, che emoziona nel profondo e proprio per questo è politico. La protagonista, Adelaida Falcòn, orfana e senza figli, testimone di crimini impuniti ed emergenze insanabili, perde anche la casa e va alla ricerca di salvezza in un territorio in cui la violenza è legge e «La vita, i soldi, le forze si stavano esaurendo. Persino le giornate duravano di meno. Trovarsi in strada alle sei del pomeriggio era un modo stupido di rischiare la vita».

In che periodo è ambientato «Notte a Caracas»?

«È una sintesi degli ultimi venti anni di storia del Venezuela. Non è necessario parlare di un anno in particolare: il Paese è nella sua fase crepuscolare».

Fame, assalto alle proprietà, violenza: quali sono le emergenze ora?

«La mancanza di generi alimentari e di medicine e soprattutto i blackout. Il libro è uscito il 7 marzo e proprio in quel periodo si è verificato un blackout di tre giorni: nel mio dialogo con le associazioni per i diritti umani ho scoperto che solo il primo giorno ci sono stati cento morti negli ospedali. L'altra cosa che manca in Venezuela è il denaro contante: a causa dell'inflazione galoppante gli stipendi sono stati aumentati, ma per quanto vengano maggiorati le persone alla fine guadagnano l'equivalente di tre, quattro euro».

Le conseguenze sulla popolazione?

«La popolazione è sconcertata perché si innesca un circolo vizioso: non ho da mangiare, quindi mi ammalo. Allora esco di casa per cercare medicine. Ma non posso comprarle, perché mancano i soldi. Anche se trovo i soldi, però, i negozi sono chiusi per il blackout. A causa dell'iperinflazione, le persone sono costrette a pagare in dollari e questo aumenta rischio di furti e aggressioni, perpetrate anche dai gruppi paramilitari governativi. Regna un'insicurezza diffusa, dilagante».

Come la dittatura ha cambiato i venezuelani?

«Le persone che rimangono in Venezuela si stanno costruendo una vera e propria etica dello spirito, perché resistono dovendo affrontare una vita quotidiana molto aggressiva, che ti rende brutale. Quando esci per cercare un farmaco che può salvarti la vita, non ti fai troppe domande. Chi fugge e va in Brasile o in Colombia, e sono moltissimi, genera un paradosso, perché si sente domandare: Quindi sopravvive solo chi fugge?. No, sopravvive anche chi rimane, ma paga un prezzo molto, molto alto».

Si sta avvicinando un finale tragico? Questo romanzo è un grido di aiuto o una prova di speranza?

«Quando un Paese si trova in coma - il coma che precede la morte - non si sa mai come andrà a finire, quindi anche nel libro non c'è un vero e proprio finale. Il romanzo è un modo per raccogliere tutte le sensazioni di perdita e sconfitta che aleggiano nel Paese, comuni a tutte le società oppresse dai regimi totalitari. Adelaida Falcòn è il simbolo di cittadinanza corrotta che vede il proprio destino andare verso la tragedia, il naufragio dell'individuo quando l'aggressività prende possesso delle persone. Non c'è mai catarsi, ma una violenza latente che è l'elemento atavico che costituisce l'identità del Venezuela stesso. E questo aumenta la necessità di scappare».

Quando tutto finisce, come si sopravvive all'esperienza di un regime dittatoriale?

«A volte mi chiedo se si possa veramente sopravvivere. Ci si può salvare la vita, ma in fondo comunque si muore un po'. Tutti i poteri totalitari tendono a demolire le proprie persone a distruggerle. Adelaida si fa molte domande all'inizio, per capire se quello che sta facendo è giusto. Mano a mano però se ne fa sempre meno ed è sempre meno empatica: pensa solo a farcela, anche soverchiando gli altri. I regimi ti tolgono talmente tanto che si perde la propria identità, in un passaggio simile alla morte civile. Sei un morto vivente che sorride».

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